Non chiedermi se sono felice

7 commenti

In realtà una parte di quello che voglio dire lo canta Lucio Dalla in pochi poetici e memorabili versi:

Ah felicità/Su quale treno della notte viaggerai
Lo so/Che passerai
Ma come sempre in fretta/Non ti fermi mai

L’altra parte l’ha riassunta benissimo Romain Gary in un passaggio del suo meraviglioso romanzo “La vita davanti a sè“:

I ragazzi che si bucano diventano tutti abituati alla felicità e questa è una cosa che non perdona, dato che la felicità è nota per la sua scarsità […] ma io non ci tengo tanto a essere felice, preferisco ancora la vita.

Ora, non intendo misurarmi, con le mie riflessioni, con due grandi come Dalla e Gary, ma quando penso al concetto di felicità non riesco a fare a meno di richiamare alla mente queste due citazioni. Due citazioni che in realtà fungono da monito e mi aiutano a non lasciarmi andare all’autocommiserazione; devo infatti aggiungere che, di solito, penso alla felicità quando mi sento annoiata o frustrata il che al momento, con una bambina di 19 mesi che ancora ha i suoi momenti di difficoltà col sonno notturno, mi capita più spesso di quanto vorrei ammettere.

Se c’è una cosa sulla quale sono pronta a scommettere è che non sono l’unica a cadere in questo trappolone e a farmi di tanto in tanto, senza che sia successa alcuna disgrazia che giustificherebbe l’interrogativo, l’inopportuna domanda: ma perché non posso essere felice? Nei vari tentativi di trovare una risposta, nel tempo mi sono accorta che quella non è nemmeno la domanda esatta… la domanda esatta, più infida, che in realtà mi sto ponendo è: perché non posso essere sempre felice? Nel momento in cui me lo chiedo sono serissima, come se fosse possibile sia trovare una risposta sia soddisfare la richiesta, ovvero essere sempre felici. Come se fosse, tra l’altro, questione di performance. Ogni volta ci impiego qualche secondo di troppo a ricordarmi che questa aspirazione è pura utopia e che, in quanto tale, non potrà mai essere raggiunta. E meno male, aggiungo. Ma perché allora, periodicamente, questo interrogativo torna ad assillarmi e sempre con la stessa forza?

Sono convinta che molto di ciò che succede nel nostro cervello, in modo automatico, quando ci accostiamo al concetto di felicità sia fortemente influenzato dalla cultura del capitalismo e dell’apparenza che domina il nostro quotidiano; per essere sempre felici dovremmo avere più soldi, più successo, più riconoscimenti, più di tutto e non solo, dovremmo avere poi sempre più di tutto perché, a quel punto, niente basta mai. D’altra parte non è un caso che la stragrande maggioranza delle pubblicità siano “aspirazionali” ovvero che, insieme al prodotto, mirino a venderti la sensazione, ovviamente positiva, di come potresti sentirti se solo possedessi quel prodotto. Inoltre, e non è secondario, per un altro vizio di cultura in Occidente siamo portati a considerare le cose positive molto più di quelle negative, dimenticandoci che:

  1. le cose negative sono tanto necessarie quanto quelle positive per la nostra evoluzione personale;
  2. spesso le cose belle, quelle belle davvero, vengono fuori da cose meno belle come, ad esempio la fatica e il sacrificio;
  3. senza il negativo, come faremmo mai a sapere cos’è il positivo (Eraclito, mi senti)?

Già solo tenere a mente queste cose mi aiuta a ridimensionare all’istante il fastidio che provo quando mi accorgo che, di nuovo, mi sto arrovellando sul nulla. Quello che spero di riuscire a fare un giorno è smettere del tutto di chiedermi se sono felice (e cercare di misurarne il “quanto”), di pianificare e agire dando la caccia a una cosa fugace, contingente (quello che mi fa felice oggi, magari non mi fa felice domani) e mutevole come la felicità.
Vorrei smettere di dirmi che se solo avessi/potessi fare una determinata cosa o se solo qualcosa fosse diverso sarei più felice (salvo che poi, anche quando la condizione si realizza, capita di sentirsi felici per circa tre secondi prima di cominciare a inseguire qualche altra chimera) e, semplicemente, vivere tutto l’enorme casino che è questa vita. Anche perché ho come idea che la ricerca spasmodica della felicità sia in realtà la più grande antagonista alla sua realizzazione e possa rendere più difficile riuscire ad assaporare con spontaneità e fino in fondo tutti i piccoli assaggi di felicità che ci vengono dispensati dal caso.

Hai mai pensato a quanto la nostra cultura abbia idealizzato il concetto di felicità?
Ti va di raccontarmi di quella volta che credevi che la realizzazione di un obiettivo ti avrebbe fatto toccare il cielo con un dito, ma poi non è stato così?

7 comments on “Non chiedermi se sono felice”

  1. Io penso che la felicità sia sopravvalutata. Soprattutto lo è la sua ricerca, perché è l’atteggiamento migliore per non apprezzare quello che si vive. Quanto alla tua domanda ricorrente, anche nelle favole si dice che “alla fine vissero tutti felici e contenti”. Quindi, se non siamo tutti felici e contenti, significa semplicemente che ancora non siamo alla fine!

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    1. Mmm, nelle favole in realtà ti dicono che da quel lieto fine in poi vissero tutti felici e contenti sottointendendo un “per sempre” e quello è piuttosto ingannevole.
      Però, comunque, credo di aver afferrato quello che vuoi dire 😉 è un modo molto ottimista di navigare anche i momenti più “difficili”.

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  2. La felicità ha la durata di un attimo e non è possibile fermarla di più. Personalmente credo che bisognerebbe accontentarsi di essere contento, soddisfatti anche per i sacrifici fatti e i risultati che si sono ottenuti, dal mio punto di vista e in primis mi ci metto io quando per stanchezza vado anch’io in crisi, ecco in questi momenti credo che il cercare di essere grata alla vita, perché continuiamo ad essere sani e vegeti o più semplicemente perché al mattino ci svegliamo e pronti ad affrontare una nuova giornata anche con le sue incognite. Dobbiamo cercare d’imparare ad essere grati alla vita perché siamo vivi e sani e non è poco!!! Siamo noi che non gli diamo importanza come se fosse scontato… Buonanotte cara 🌹

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    1. Su questo hai ragionissima, tendiamo a dare per scontato quello che abbiamo (tanto più se è il solo fatto di svegliarsi al mattino e, spesso, pure la salute) e ci focalizziamo sull’avere “altro” o “di più”. E ci raccontiamo che staremmo meglio se solo lo avessimo, ma talvolta non è neanche vero.

      Sicuramente l’essere umano ha la tendenza a voler migliorare la propria condizione, ma a me pare che la nostra cultura da qualche parte abbia distorto questa aspirazione legittima e l’abbia trasformata in qualcosa che invece che portarci del bene arriva a farci del male.

      Ti auguro un buon weekend ^^

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      1. Non posso darti torto nellq fine del tuo commen5o purtroppo ci hanno istruito così s3nza che neanche ce ne accorgessi, anche il consumismo fa parte di tutto questo processo e tan5o altro finendo per ssere un boomerang che ci torna fqccendoci male. Grazie d3lla rispis5a 3 buon weekend anche a te 😊

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  3. spesso il concetto di felicità è molto relativo, dovremmo imparare a vivere ogni attimo senza porci delle domande su come sarebbe stata la nostra vita in altre condizioni, solo così possiamo goderci ogni attimo e dire al mondo che siamo felici, adesso, per ciò che abbiamo, anche se magari non è quello che avremmo voluto anni fa..👍👍👍👍👍😉😊

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    1. Mi trovi concorde, la felicità è qualcosa di relativo in vari suoi aspetti.

      Interessante questo approccio che proponi al passato. Al momento non mi è mai ancora capitato di volgermi indietro e pensare se sarei stata più felice facendo qualcosa di diverso nel passato. Di solito mi fisso sul futuro…

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