Category: Pensieri e Parole

Estate 2020: attimi di dimenticanza

Vi sono momenti minuscoli di felicità, e sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte.
La felicità, signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza…
[Totò a Oriana Fallaci
]

Sono pronta, voglio fare incetta di attimi di dimenticanza. Perché, ammettiamolo, quest’anno non ha certo brillato in gioia e spensieratezza e allora, voglio dimenticare.

Voglio dimenticare i sabato sera noiosi e le domeniche solitarie del lockdown. Voglio dimenticare l’aver avuto voglia di abbracciare i miei genitori e il non averlo potuto fare perché era (e forse è ancora) più prudente così, l’aver potuto passare del tempo con gli amici solo attraverso un monitor, l’essere diventata zia a distanza.

Voglio dimenticare le file allucinanti per entrare al supermercato, la caccia a gel igienizzanti, mascherine chirurgiche, farina e lievito. Voglio dimenticare la nevrosi esacerbata di certa gente e, opposta e contraria, la noncuranza ignorante di certa altra gente.

Voglio dimenticare le interminabili giornate di lavoro, l’organizzazione emergenziale a distanza di progetti che senza il Covid-19 non avrebbero mai visto la luce.

Voglio dimenticare l’espressione “nuova normalità”.

Voglio dimenticare l’incertezza del cosa ne sarà di noi dopo la pandemia.
Adesso ho solo una certezza ed è questa: finalmente, è arrivato il momento in cui inizia la prima parte delle mie agognate (e, me lo dico da sola, ma vi giuro che lo sono, meritatissime) ferie. Per dimenticare non c’è niente di meglio che sedersi sulla sabbia e contemplare il mare, con le sue onde che vanno e vengono in moto perpetuo.

A presto, amici del blog.
Come sempre, se volete stare con me anche nei prossimi giorni potete seguire il mio account Instagram.

Smart working = happy working?

Sono passati tre mesi da quando lo scoppiare della pandemia da Covid-19 ha obbligato molti di noi a sperimentare una modalità di lavoro di cui tanto si era sentito parlare, ma che soltanto pochi avevano potuto già provare concretamente: sto parlando dello smart working (o, all’italiana, lavoro agile). Con il passare del tempo un po’ tutti ci siamo fatti un’idea precisa circa il cosa comporta questo modo alternativo di lavorare e, mentre alcuni non si sono trovati affatto bene, la maggioranza delle persone ha trovato soprattutto pregi nel lavorare a distanza. Sono contenta di dire che, una volta tanto, mi ritrovo assolutamente in questa maggioranza: anzi, personalmente mi trovo così bene che mi piacerebbe poter continuare ad alternare smart working a lavoro classico in ufficio per il resto della mia carriera.
Certo, l’accezione vera dello smart working non è quella che ho potuto provare finora: teoricamente la valutazione della performance lavorativa non avviene sulla base del numero di ore di servizio prestate, ma per obiettivi (e magari, sarebbe ora di rendere questa modalità la modalità standard anche per il lavoro in ufficio) e si può lavorare da dove si vuole, che sia da casa propria, dal bar della spiaggia o da qualsiasi luogo dove si è raggiunti da una connessione a Internet. Ovviamente, essendo in lockdown prima e mancando ancora adesso una codifica di obiettivi per la valutazione del lavoro, questi due aspetti fondamentali sono ciò che ancora manca alla mia esperienza con il lavoro agile, ma lungi da me mettermi a fare un trattato onnicomprensivo sullo smart working! Quello che voglio fare è semplicemente condividere con te cosa ho capito negli ultimi tre mesi dalla mia personale esperienza con il lavoro a distanza.

Tra i vantaggi dello smart working, l’aspetto che per me è una vera e propria benedizione è il risparmio di tempo. Niente corse per non perdere le coincidenze tra una corriera e l’altra, niente malumori di primo mattino perché i mezzi sono sempre pieni murati, niente imprecazioni perché il traffico ti fa arrivare ancora una volta in ritardo, niente sospiri di rassegnazione perché a fine giornata ti ritrovi a correre di nuovo per fare il viaggio di ritorno in senso contrario. Tutto ciò per me si tramuta in molto meno stress e, soprattutto, in quasi due ore di tempo utile riguadagnato ogni giorno, permettendomi la mattina di dormire quasi un’ora in più (e per la prima volta da anni non ho sempre sonno… se non fosse una cosa così piacevole sarei quasi preoccupata di aver perso uno dei tratti della mia personalità).
Inoltre, lavorare da casa permette di concentrarsi davvero su quello che si sta facendo (o almeno, non avendo bambini per casa, per me è così), senza essere continuamente interrotti da telefoni che squillano, fax che arrivano, colleghi che chiedono cose che non c’entrano con quello che si sta facendo (apparentemente, prima di fare una telefonata le persone ci pensano due volte…) e di organizzare come si vuole la propria giornata e il proprio carico di lavoro. Un aspetto, questo dell’organizzazione, che implica anche una buona dose di responsabilità da parte di ciascun lavoratore, cosa che a me piace particolarmente.

Tra gli svantaggi, invece, annovero l‘assenza di scambio umano. Soprattutto nelle fasi iniziali di un nuovo progetto, quando si lavora in squadra, c’è bisogno di confrontarsi molto e farlo attraverso videoconferenze non è la stessa cosa che condividere uno stesso spazio. In qualche modo, per quanto alla fine assolutamente efficaci, telefonate e videocall finiscono per allungare un pochino i tempi di lavoro quando ci sono più persone che lavorano agli ingranaggi di una stessa macchina e, diciamolo, nelle giornate più difficili poter fare una pausa caffè con i propri colleghi o buttare lì una battuta quando il livello di stress sale è quello che ci salva. Ritrovarsi soli con il proprio monitor certi giorni finisce per essere un po’ pesante e anche se si può smorzare l’atmosfera facendo una telefonata, come tutti abbiamo avuto modo di provare nei mesi scorsi, stare insieme virtualmente non è la stessa cosa che vedersi in faccia e stare insieme per davvero.

Per tutte queste ragioni, come accennato in apertura di post, credo che un’alternanza tra le due modalità di lavoro potrebbe essere la chiave definitiva per permetterci di lavorare in modo più sereno, più sano e, forse, anche un po’ più felice. Andando in ufficio quando a essere più necessario è l’aspetto di condivisione e restando a casa quando invece c’è da mettersi a testa bassa e portare a termine i propri compiti si potrebbero raggiungere nuovi equilibri in modo più efficiente rispetto al passato, sia all’interno della sfera lavorativa che nel bilanciamento tra il tempo che ciascuno di noi deve dedicare al lavoro e quello che invece viene dedicato a tutti gli altri aspetti della vita.

Hai provato anche tu lo smart working in questi mesi?
Promuovi o bocci questa modalità di lavoro?

Di perdono e saggezza: riflessione semiseria sulla maturità

Il giorno in cui il bambino si rende conto che tutti gli adulti sono imperfetti, diventa un adolescente;
il giorno in cui li perdona, diventa un adulto;
il giorno che perdona se stesso, diventa un saggio.

A.A. Nowlan

Certi giorni mi sento particolarmente incline al perdono. Mi dico che in fondo siamo tutti esseri umani, che devono prendere ogni giorno tante decisioni, piccole o grandi che siano, e che quindi possono sbagliare. A volte perdonare è la cosa giusta da fare e non si può pretendere che chi è più grande di te sappia sempre, immancabilmente cosa è più giusto.
Altri giorni, invece, mi rendo conto sì che siamo tutti fallibili ma, mannaggia a chi ta muort, è mai possibile che esistano così tanti ultracinquantenni/neosessantenni passivo-aggressivi ai limiti dell’impossibile che si comportano come bambini al primo anno di asilo?

Immagino che questo faccia di me una giovane adulta, che oscilla tra punte di maturità e regressione agli stadi ribelli dell’adolescenza. Stadi che poi fatico a perdonarmi. Insomma, almeno per quanto mi riguarda, del saggio, ancora, non si vede neanche l’ombra.

Ma tralasciando questa confessione personale, io vorrei capire… quand’è che il normale processo di maturazione è andato a farsi benedire? Perché ci ritroviamo in un mondo dove un numero imprecisato di cinquant/sessantenni si credono sempre e ancora teenagers? Intendiamoci, non sto parlando di dettagli estetici come i vestiti, o di gusti musicali o piccoli particolari sul genere, ma di come queste persone decidono (o forse non possono fare diversamente, chi lo sa) di ragionare e di porsi. C’è una bella differenza tra il portare con grazia l’età che si ha, con i suoi pro e i suoi contro, e il rinnegarla spingendo all’estremo comportamenti che farebbero vergognare un vero quindicenne, oltre che a essere deleteri per il fisico. Per quanto ci si possa sforzare di capire questi tipi umani io non riesco ad andare oltre al fatto che mi sembrano persone così terrorizzate dal normale processo di crescita (e sì, fisiologicamente parlando, di invecchiamento) da restare innaturalmente aggrappati a una giovinezza che è bell’e’partita.

Tornando a me, io sono piuttosto orgogliosa del fatto che a trent’anni non ragiono più come quando ne avevo venti e non per questo mi sento una vecchia carretta, anzi… riesco a godere degli aspetti positivi della mia età, dando poi di tanto in tanto sfogo al mio folletto interiore e bilanciando così i contro di essere diventata una trentenne. Insomma, giovane nello spirito, ma in continua maturazione nella testa e con in mente l’idea precisa che crescere non significa invecchiare.

Hai una tua opinione su questo argomento? Sono curiosa di scoprirla.
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