Anche i figli unici diventano zii

Io sono figlia unica. Mi sono sempre chiesta come sarebbe stato avere dei fratelli o delle sorelle e, a periodi alterni, non nascondo di aver anche un po’ invidiato gli amici che avevano sempre qualcuno con cui spalleggiarsi, accapigliarsi, consigliarsi e così via. Anche il mio compagno è figlio unico, ma dice di non essersi mai chiesto se gli sarebbe piaciuto avere dei fratelli o delle sorelle. Naturalmente, entrambi conosciamo persone che hanno fratelli e, essendo entrati da qualche anno nella stagione dei matrimoni, era solo questione di tempo prima che iniziasse quella dei battesimi. E qui, solo recentemente, ci siamo resi conto del fatto che non potremo mai diventare zii di sangue.

Personalmente un po’ mi dispiace, anche perché mi sento abbastanza tagliata per il ruolo o forse ho io un’immagine del ruolo poco veritiera (ma insomma, dai racconti che me ne fanno le amiche mi sono fatta questa idea). Ma, se è vero che gli amici sono la famiglia che scegliamo per noi stessi, allora sì, sono appena diventata zia anch’io e non potrei esserne più felice.
In questo periodo, in cui ogni giorno si è fatta e si continua a fare la conta dei decessi, abbiamo forse perso un po’ di vista il fatto che la vita continua comunque a scorrere e a fiorire; tanto per citare il Re Leone, il cerchio della vita non si ferma mai. Quindi, permettimi di dire che, a maggior ragione in questo momento storico difficile, non c’è niente di più bello che dare il benvenuto al mondo al primo figlio dei propri migliori amici.

Per ovvie ragioni passerà un po’ di tempo prima di poterci riunire tutti assieme e festeggiare davvero questo nuovo arrivo nel nostro gruppetto; vorrà dire che nel frattempo mi limiterò a scovare le tutine più adorabili che esistano sulla faccia della Terra. Perché una zia i propri nipoti un po’ li deve viziare, no?

E tu, sei figlio unico o hai fratelli/sorelle?
Ti sei mai chiesto come sarebbe stata la tua vita se ti fossi trovato nella situazione
opposta a quella che hai vissuto?

Tanti piccoli fuochi (Mai titolo per un romanzo fu scelto tanto accuratamente)

Leggere “Tanti piccoli fuochi” di Celeste Ng è stata un’esperienza a 360 gradi.
Sera dopo sera, appena aperte le pagine del libro, mi sembrava di passeggiare per le strade di Shaker Heights, respirandone l’atmosfera rarefatta, e di entrare in casa dei protagonisti, diventando parte delle loro vite. Un romanzo che offre questa esperienza non si dimentica tanto facilmente, soprattutto se, come in questo caso, il titolo viene scelto con così tanta cura (e finalmente una traduzione fedele all’originale Little Fires Everywhere).

Il libro si apre sì con l’incendio della perfetta villetta dei Richardson, ma basta proseguire la lettura di poche pagine per capire che non è quello il fuoco cui si riferisce l’autrice. I tanti piccoli fuochi promessi dal titolo sono infatti le molte, profonde tematiche che il libro esplora: la maternità, l’amicizia, il rapporto tra genitori e figli adolescenti, il concetto di comunità, le scelte che ciascuno di noi ha fatto nel proprio passato e con le cui conseguenze bisogna convivere. Tutti questi argomenti si intrecciano e lentamente alzano la temperatura delle vicende fino ad accendere le braci che porteranno poi alla combustione finale.

Shaker Heights è lo sfondo perfetto per gli eventi che coinvolgono i protagonisti. Una comunità pianificata sin dalla posa della prima pietra, disciplinata da un’assurda mole di assurde regole, nella quale però gli abitanti, borghesi benestanti e benpensanti, trovano un conforto e una sicurezza tale da spingerli a conformarsi fin quasi a perdere la propria identità.

Di fatto il motto della città era – letteralmente – “Molte comunità nascono per caso; le migliori sono pianificate”: alla base c’era la filosofia secondo cui qualsiasi cosa poteva – e doveva – essere pianificata in modo da evitare tutto ciò che era inappropriato, spiacevole, disastroso.

L’incarnazione di questo modo di vivere è Mrs. Richardson (che, in modo molto aderente al suo personaggio, non viene quasi mai nominata col suo nome di battesimo). Mrs. Richardson, nel suo tentativo di “fare del bene”, un bene tuttavia mai completamente disinteressato, affitta un appartamento di sua proprietà a Mia e Pearl, una madre single e sua figlia. Mia e Pearl non potrebbero essere più diverse dal cittadino medio di Shaker Heights, ma le loro vite sono destinate a intrecciarsi sempre più con quelle dei Richardson e l’accostamento di due modi tanto diversi di vedere le cose e di vivere generano la prima scintilla dalla quale scaturirà tutto il resto. È infatti questione di pochi giorni prima che i figli dei Richardson restino affascinati da Pearl e viceversa.

Ma a giocare un importantissimo ruolo nella trama sono anche i personaggi secondari e la controversa vicissitudine che li coinvolge; una situazione che porta il lettore a farsi delle domande scomode alle quali, personalmente, non ho saputo dare risposta. In questo, l’autrice è davvero abile a riprodurre alcune dinamiche che ciascuno di noi esperisce nel proprio quotidiano. Così, benché poco a poco emerga chiaramente la chiusura mentale, la grettezza del benpensante, quanto il perbenismo sia un atteggiamento estremamente artificioso che cerca di nascondere l’impossibilità di accettare uno stile di vita diverso dal proprio, nessun personaggio è interamente condannato o assolto poiché la natura umana si compone di infinite sfaccettature e bene e male si aggrovigliano in modi misteriosi né tanto facilmente districabili.
E, alla fine, ciascun protagonista, così come succede a tutti noi, dovrà fare i conti con i piccoli fuochi accesi nella propria vita:

Ricorda, a volte bisogna bruciare tutto e ricominciare da capo. Dopo un incendio il terreno diventa più ricco e possono nascere cose nuove. Anche le persone sono fatte così. Ricominciano da capo. Trovano un modo.

Con “Tanti piccoli fuochi” Celeste Ng ci ha regalato dei personaggi vividi e reali ed è il loro lento muoversi nella vita di tutti i giorni a Shaker Heights che crea una storia drammatica e di grande impatto, ma a cui non è affatto difficile relazionarsi. Una storia che, secondo me, merita assolutamente di essere letta!

Hai letto questo libro? Oppure hai visto la serie tv?
Io sono rimasta così piacevolmente colpita dalla scrittura di Celeste Ng che voglio leggere anche il suo romanzo d’esordio “Quello che non ti ho mai detto”.

I diari della quarantena: non andrà TUTTO bene, ma andrà bene così

Ok, fermiamoci un attimo.
Forse è stato carino, tipo per mezza giornata, vedere tutti i bimbi disegnare arcobaleni e accompagnare il disegno con la scritta “andrà tutto bene”. È passato un mese e mezzo da quando questa storia è iniziata e si è diffusa a macchia d’olio per tutto il Paese e no, giunti all’inizio della fase 2 non è più assolutamente accettabile che ci siano ancora persone adulte che, qualsiasi sia l’argomento di discussione sul tavolo, commentino con un: “Andrà tutto bene”. Perché tutto bene non è andato, non va e non andrà.

Sono partita con il piede sull’acceleratore, lo riconosco, ma lasciami un momento per spiegare.
Il fatto è che questo “andrà tutto bene” mi sembra eccessivamente riduttivo. So che le persone, spesso, cercano solo di fare del bene quando, a un piccolo sfogo o momento di sconforto, rispondono con questa frase banale e avallata dallo storytelling nazionale. Tuttavia, quello che stanno facendo non è aiutare l’interlocutore a sentirsi meglio. Stanno semplicemente non ascoltando, non empatizzando, trincerandosi dietro l’effimera rassicurazione data dall’atteggiamento positivo a tutti i costi.

È difficile da accettare, soprattutto perché la società contemporanea esalta la positività e la gioia e bolla con il marchio dell’infamia la tristezza e la negatività. Essere positivi è sempre uguale a bene, mentre essere negativi è sempre uguale a male. Peccato che non sia così! L’incessante positività non è sempre bene.
Certo, essere negativi non aiuta nessuno e non dico certo che dovremmo crogiolarci in questo stato mentale, però anche forzarsi sempre a essere positivi, a tutti i costi e in ogni singolo secondo, specialmente in un periodo difficile come questo, non mi pare faccia del bene né a sé stessi né tanto meno a chi ci sta intorno.

E non è una gara a chi ha la sfiga più grande. Una cosa che per uno può non essere un problema, per un altro può essere una tragedia, a prescindere dal fatto che ci sono problemi più o meno gravi dovuti al perdurare della pandemia da coronavirus.
Non so se capita anche a te; quando parlo con qualcuno di un problema concreto che posso avere, per quanto piccolo, e mi viene risposto con una frase fatta, vuota e che vuole genericamente incoraggiarmi, specialmente se pronunciata con tono paternalistico, mi pento di aver aperto bocca. Mi sento imbarazzata dal sentimento che ho esternato, a volte quasi come se fossi stata rimproverata per aver detto una cretinata o per aver portato alla luce del sole qualcosa che deve invece stare sotto al tappeto. Il problema sta proprio qui: quando la positività, invece di fare del bene, finisce per farci sentire sminuiti, infastiditi o ci fa pensare due volte prima di dare voce alle nostre difficoltà, è allora che l’atteggiamento ottimistico produce un effetto contrario a quello che vorrebbe generare e diventa un virus ancor più pericoloso.

A volte gli altri possono aver ragione, possiamo aver bisogno di una spintarella per uscire da un vicolo cieco in cui ci siamo cacciati. Altre volte, invece, siamo noi a doverci ricordare che non c’è niente di male nell’essere momentaneamente smarriti e in difficoltà, purché non ci fermiamo davanti all’ostacolo e ci rimbocchiamo le maniche per capire come superarlo. Non c’è niente di male nel non essere sempre ottimisti, nel non trovare il lato positivo di certe situazioni. Come sempre nella vita non andrà TUTTO bene, ma possiamo lavorare per far andare nella giusta direzione quel poco su cui abbiamo un briciolo di controllo.

L’argomento della “toxic positivity” è molto dibattuto e controverso.
Credo che da questo post si evinca chiaramente la mia posizione, ma tu cosa ne pensi?