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Testimone inconsapevole

Ti sarà capitato diverse volte, ma non ci trovo nulla di strano se non ti ci sei mai soffermato sopra. Immagina: sei in un gruppo di persone e tutti avete visto o vissuto una stessa scena. Eppure, se doveste raccontarla a posteriori, tirereste fuori narrazioni diverse. Cose che per te sono risultate importantissime, altri non le hanno notate mentre, contemporaneamente, dettagli per loro essenziali per te erano da relegare fra quelli di minor importanza, se non insignificanti.
Non solo: tutti voi aggiungereste dettagli. Particolari che non erano presenti nella scena, ma che si è sicuri di ricordare.

È un meccanismo psicologico, scientificamente documentato su cui sono stati scritti molti saggi e trattati, che vengono ancora oggi confutati. Si chiama memoria ricostruttiva.

cop-testimone-inconsapevoleQuesto concetto, benché mai espresso con queste parole, è il fulcro di “Testimone Inconsapevole” di Gianrico Carofiglio. Un libro che ho particolarmente apprezzato per l’affinità sentita col protagonista, l’avvocato Guido Guerrieri, per la semplicità di linguaggio che mi ha permesso di capire le scene che si svolgono in tribunale e per le riflessioni che mi ha stimolato nei giorni successivi alla lettura.

Il punto è che, benchè di verità ne esista una sola, ciascuno di noi custodisce soltanto qualcosa che è simile alla verità. Un elaborato filtrato da esperienze, conoscenze e credenze che sono parte del proprio bagaglio personale. Di questo occorre essere consapevoli e diventa quindi fondamentale saper vedere oltre la propria verità per afferrare un briciolo di quella altrui. È il gioco di “mettersi nei panni di…”, troppo spesso dimenticato.

L’avvocato Guerrieri ci salva una vita, la sua arringa finale a favore dell’imputato comincia proprio con una piacevolissima disquisizione sulla differenza tra verità e verosimiglianza e sarà questo a fare la differenza agli occhi di una giuria fino a quel momento incline alla condanna.
Carofiglio ci ricorda di quanto sia importante andarci con i piedi di piombo quando spariamo verità che potrebbero danneggiare il prossimo.

Ricordami così

Bret Anthony Johnston sa il fatto suo e lo dimostra dalla prima all’ultima pagina del suo primo romanzo dal titolo “Ricordami così” (in lingua originale, Remember me like this). Attraverso una scrittura precisa, ricca di particolari, che trasmette per immagini, acchiappa il lettore e non lo lascia più andare, immergendolo totalmente nelle vicende di una famiglia americana.

La famiglia Campbell vive nel Texas meridionale, in una cittadina immaginaria situata nella baia di Corpus Christi (che esiste eccome!) e qui subisce uno degli avvenimenti più sconvolgenti che si possa immaginare: la perdita di uno dei due figli. Justin Campbell, infatti, un giorno esce di casa e non torna più. Il romanzo non comincia però da qui, ma da 4 anni dopo questo avvenimento; 4 anni in cui la famiglia lo ha sempre cercato poiché il suo corpo non è mai stato ritrovato e non si può quindi credere che sia effettivamente morto. Anni in cui tutto va in malora e gli stessi legami fra i restanti membri della famiglia cedono sotto il peso di questa scomparsa.

E poi, una mattina, Justin viene ritrovato.
Se mi stai odiando, non prendertela con me perché finora non ti ho spoilerato nulla. Prenditela piuttosto con l’editore che ha deciso di spiattellare tutto ciò sulla quarta di copertina (in effetti, io qualche accidente gliel’ho tirato). Detto questo, se non hai ancora letto il libro e intendi farlo, non leggere oltre.

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Indossiamo tutti una maschera

Non essendo stata costretta al liceo,  mi era rimasto come pallino di leggere “Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello. Lo scorso mese ne ho finalmente avuto l’opportunità e ieri sera l’ho visto a teatro, in una rappresentazione forse troppo drammatica rispetto all’ironia che ho trovato fra le pagine di Pirandello, ma comunque interessante.

Mentre leggevo il libro ho ritrovato la maggior parte dei temi cari a Pirandello: le maschere, l’identità, il doppio. Temi che ormai, per noi nati dopo l’avvento di Freud e dei sociologi come Goffman, sono un po’ entrati nel nostro DNA.

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