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Il dolore perfetto

Se ne rimase immobile con questi desideri, e con il sentimento che la vita sia un insieme di attimi che mai una sola volta, neanche una sola volta riusciamo a controllare, che sfuggono, anticipano o ritardano senza preavviso e si prendono gioco di chi tenta di ingannare il dolore riempiendo il cuore di nuvole e cielo.

Nel chiudere questo libro, dopo averlo finito, credo non si possa fare a meno di pensare che ogni dolore che si compie è un dolore perfetto. Infatti, in questo romanzo, Ugo Riccarelli evidenzia la funzione evolutiva del dolore che per quanto sgradevole non è mai del tutto negativo e, anzi, consente di conoscere e conoscersi, di ripensare alla propria vita con occhi diversi e cambiare per migliorare. Il dolore come evento che mina le nostre vite, ma che contemporaneamente è spinta propulsiva per andare avanti.

“Il dolore perfetto” è una saga familiare, che si svolge in Toscana a partire dalla fine dell’Ottocento, e della saga familiare riporta molti elementi tipici: la moltitudine di personaggi, le cui storie di intrecciano e avvitano con un continuo ritornare di nomi nel susseguirsi delle varie generazioni. Mondi interiori, sentimenti e sensazioni, che interpretano il contesto circostante. Il piccolo paese in cui si svolgono le vicende che diventa finestra sul mondo per dare spazio agli eventi che hanno fatto la storia, in questo caso dall’avvento del treno ai moti anarchici di fine Ottocento, dalla prima guerra mondiale fino al boom economico del secondo dopoguerra.

Cambiano le stagioni e tutto torna e forse pensare di sfuggire a questo rotolare è cosa ingenua, debole luce che contro il tempo non vale.

Non solo! Riccarelli si accosta qui a Marquez, spolverando con un po’ di magia il concatenarsi degli eventi, le circostanze e i personaggi che le popolano, anche se non si può esattamente parlare di realismo magico (il che, almeno per me, non è un punto a suo sfavore).

Pur con uno stile a tratti troppo ricercato, fino a diventare smaccatamente artificioso, Riccarelli riesce a coinvolgere il lettore, a trasportarlo a Colle, a fargli respirare l’aria paludosa del Padule, a fargli sentire lo sferragliare dei primi treni e il rombare dei primi motori a scoppio. Più di ogni altra cosa riesce a sospendere il tempo frenetico in cui viviamo per reinstaurare un lento ritmo antico. Quest’ultimo aspetto è quello che mi ha fatto davvero apprezzare questa lettura; lentezza come grande pregio, come un ritorno a quelle radici che non abbiamo quasi più tempo di rispolverare.

Molto forte, incredibilmente vicino

11 settembre 2001.
Il giorno in cui il mondo occidentale ha perso forza e sicurezza.
Il giorno in cui il protagonista di “Molto forte, incredibilmente vicino”, Oskar Schell, perde l’amatissimo padre e l’innocenza. È da questo traumatico evento che il secondo romanzo di Jonathan Safran Foer prende le mosse.

moltoforte-incredibilmente-vicino coverOskar è un ragazzino sorprendentemente intelligente e fantasioso. Dopo la tragica morte del padre, questa sua fantasia gli serve più che mai, per sfuggire alla cruda realtà e al dolore che lo stritola.
Ma Oskar è anche curioso ed è così che, rovistando nello sgabuzzino del padre mesi dopo la sua scomparsa, trova una chiave dentro una busta con su scritto “Black”. Da quel momento, Oskar consacra la sua vita alla ricerca della serratura che la chiave apre. La ricerca è il pretesto per sentire più vicino il suo papà, per colmare quel vuoto che resterà con lui per tutta la vita e per cercare di ritrovare un briciolo di serenità e felicità.

Non ci si può difendere dalla tristezza senza difendersi dalla felicità.

“Molto forte, incredibilmente vicino” non si esaurisce però nel racconto di questa storia. Il romanzo, infatti, ricuce passato e presente alternando la storia di Oskar con quella dei nonni paterni, sopravvissuti al terribile bombardamento di Dresda avvenuto la notte fra il 13 e il 14 febbraio 1945. A bene vedere, 2 atti di guerra insensati, 2 stragi di civili vergognose, 2 volte in cui l’umanità è morta.

Così facendo Foer rende evidente che c’è un dolore comune a tutte le vittime di guerra e che continuerà a reiterarsi finché non saremo in grado di capire che siamo tutti uguali davanti alla sofferenza. Davanti a tragedie come l’attacco alle Torri Gemelle, agli orrori delle guerre mondiali e agli attacchi terroristici dell’ISIS, c’è un prima e un dopo, difficilissimo, nella vita delle persone che ne sono toccate.

E senza arrivare a tali tragedie, questo romanzo ti ricorda una verità che tutti sappiamo, ma che cerchiamo di ignorare: la vita è dura, ingiusta e confusionaria. La stessa vita, però, ci dà anche quello che ci serve per andare avanti: le occasioni. Non coglierle per paura ti tenta, specialmente quando ti senti insicuro, ma devi farti coraggio e prendere quello che viene perché se non lo fai, quando il vento gira e l’umore cambia, potrai guardare indietro solo con rimpianto.

«Perché credi di essere qui, Oskar?»
«Sono qui, dottor Fein, perché mia madre è turbata dal fatto che trovo la mia vita impossibile.»
«E la cosa non dovrebbe turbarla?»
«Niente affatto. La vita è impossibile.»