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Trilogia di New York

Come poter definire i tre romanzi che compongono la “Trilogia di New York” di Paul Auster? È davvero una domanda difficile, ma quello che posso dire con assoluta certezza è che all’autore bastano due pagine per trascinare il lettore in una corrente sotterranea di inquietudine che non molla mai la presa. Aggiungi a questo senso di disagio una buona dose di “ma ci sto capendo qualcosa?” e sappi che la risposta sarà probabilmente no.

Trilogia di New York è un gioco di scatole cinesi, di piani paralleli, di trucchi da abile illusionista. Tutto è vero e tutto è menzogna, sino alla fine fiction e realtà sono inesorabilmente intrecciate, indistinguibili. Proprio per questo (e qui mi permetto una piccola divagazione) la trilogia di Auster mi ha ricordato un’altra trilogia che ho davvero amato, quella della città di K. I tre romanzi trattano le stesse tematiche e tutti i personaggi si muovono in un’atmosfera allucinata, da teatro dell’assurdo. Le storie narrate (e metanarrate!) si intersecano e rincorrono, la lettura è una spirale vertiginosa ed è per questo che a volte il lettore si sente confuso e smarrito, un po’ come quando si scende dalle montagne russe.

Paul Auster ci vuole belli svegli, curiosi, vuole rendere i suoi lettori investigatori, un po’ come i suoi personaggi. Ed esattamente come loro, vuole portarci al fallimento per svelare la verità dietro alle sue storie.
Insomma, “Trilogia di New York” è un libro complicato, che il lettore si deve veramente sudare e che, volente o nolete, ti entra sottopelle e ti costringe a lambiccarti il cervello. Una lettura difficile ma, e forse anche proprio per questo, affascinante.

Follie di Brooklyn

Mai sottovalutare il potere dei libri.

Ora, se hai letto qualche altro mio articolo, ormai mi conosci almeno un pochino. Potrei mai non essere d’accordo con questa affermazione? cover-brooklyn-austerPaul Auster ci regala questa sentenza secca e potente parlando attraverso il personaggio di Nathan Glass, protagonista, suo malgrado, di “Follie di Brooklyn”. Ma, in realtà, di protagonisti, in questo libro, ce ne sono tanti. Follie di Brooklyn è infatti un romanzo che svela e incrocia tanti destini. Storie di vita vissuta raccontate con leggerezza e ironia anche quando il contenuto non è un siparietto divertente (e nel libro ce ne sono tanti), ma un frammento di vita difficile e spaventoso.

Niente è lasciato al caso, nemmeno il più piccolo dettaglio, e ciò fa sì che ci sembra di respirare l’atmosfera popolare e accessibile di Brooklyn tanto quanto la pacifica e pura aria del Vermont. Alla fine del racconto, nonostante le molte contraddizioni, al lettore sembra di conoscere benissimo i personaggi, come fossero amici intimi che, con i loro comportamenti, oscillano tra l’essere sprezzanti, boriosi, complicati e l’essere sensibili, umili e banali. Sono arrivata alla conclusione che questo succede perché noi stessi siamo esattamente così, come i personaggi di questo romanzo, sempre irrimediabilmente e mai uguali a noi stessi.

Auster riesce a passare con maestria dalla risata al suscitare commozione, senza mai perdere la brillantezza che la narrazione dimostra fin dalle prime pagine. Ho adorato ogni singolo minuto che ho dedicato alla lettura di questo libro, tanto da sforzarmi di rallentare il ritmo per fare in modo che durasse di più. Motivo per il quale leggerò sicuramente altri romanzi di Paul Auster. Qualcuno ha per caso già letto “Trilogia di New York” o “La vita interiore di Martin Frost”? Altri titoli da consigliare?