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Le letture di giugno-luglio 2020

Il 2020 è il primo anno da un bel po’ di tempo che mi ritrovo a leggere solo ciò che io stessa scelgo per me, ma per rendere giustizia allo spirito dei miei cari gruppi di lettura, che spero vivamente di riprendere a settembre, anche per questa prima parte dell’estate ho puntato su libri molto diversi fra loro per stile, tematiche affrontate e genere narrativo. Come nella migliore delle tradizioni, ecco che, puntuale, arriva il resoconto delle mie letture degli ultimi due mesi:

A neve ferma (Stefania Bertola) – Ormai mi conosci, dopo un po’ di letture impegnative ho bisogno di staccare e passare a qualcosa di più leggero. È con questo spirito che ho preso in mano “A neve ferma” di Stefania Bertola, libro che il caso mi ha regalato all’ultima pesca dei libri di Natale organizzata da uno dei miei gruppi di lettura. Devo dire che ha assolto il suo compito senza, purtroppo, aggiungere altro. Questo romanzo è l’equivalente di una canzone “ear candy”.

Stupore e tremori (Amélie Nothomb) – Che la cultura giapponese sia lontana anni luce dalla nostra è un fatto risaputo. Che capirla sia estremamente difficile, anche. Eppure, attraverso l’alienante racconto autobiografico che Amélie Nothomb fa del suo anno di lavoro presso una multinazionale nipponica, il lettore scoprirà alcuni dettagli sconcertanti sull’educazione giapponese che, forse, permetteranno di mettere meglio a fuoco i protagonisti dei romanzi di Murakami, Yoshimoto eccetera.

Le cosmicomiche (Italo Calvino) – Solo io so quanto odio “Il barone rampante”, romanzo che per tre volte ho iniziato, senza mai finirlo. Tuttavia, mi sembrava piuttosto ingiusto giudicare Calvino a partire da un unico libro e così, nel mio ultimo giro in biblioteca, ho preso in prestito “Le Cosmicomiche”. Ho solo una cosa da dire: leggilo! I dodici racconti che compongono questo volume sono uno più brillante dell’altro e raccontano, in modo divertente e surreale, storie che hanno a che fare con il tempo, lo spazio e l’evoluzione (da qui il titolo “Cosmicomiche”). Non solo, molte delle tematiche toccate sono ancora oggi attuali, il che rende Calvino uno scrittore veramente geniale. Mi toccherà di dare un’altra chance a quel maledetto barone…

Chi è morto alzi la mano (Fred Vargas) – Si può non leggere almeno un giallo in estate? La mia risposta è no e, quest’anno, su consiglio di una cara amica, ho scelto di leggere “Chi è morto alzi la mano” di Fred Vargas. Niente commissario Adamsberg in questo romanzo, bensì tre storici “evangelisti”, alle prese con un caso intricato e misterioso. Se il titolo ti solletica e sei in cerca di un giallo da leggere sotto l’ombrellone, questo potrebbe fare al caso tuo.

La lezione di anatomia (Philip Roth) – Il terzo volume della quadrilogia di Nathan Zuckerman si apre con una frase con la quale, almeno secondo me, è impossibile non trovarsi d’accordo: “Ogni uomo, quando è ammalato, ha bisogno della mamma”. Il graffiante, ma ahilui molto sensibile, Zuckerman si ritrova ancora una volta schiacciato dal peso del suo talento; un peso che, forse, è alla base di uno strano quanto annichilente dolore che gli paralizza collo e spalle e che gli impedisce di continuare a scrivere. La spasmodica ricerca di una motivazione a questo dolore spingerà il protagonista verso nuove forme di estremismo.

La simmetria dei desideri (Eshkol Nevo) – Benché questo libro mi sia stato regalato per il mio compleanno, a dicembre scorso, ho aspettato di essere in riva al mare per iniziare a leggerlo. Tutta colpa della copertina che ritrae quattro ragazzi nell’atto di tuffarsi da una scogliera; eppure, sono stata contenta di aver aspettato perché anche le vicende del romanzo prendono il via da un tipico momento estivo, i Mondiali di Calcio. “La simmetria dei desideri” è un libro che parla di sentimenti veri e profondi e dell’imprevedibilità della vita. Sullo sfondo della prima e della seconda Intifada (sulle quali, a questo punto, voglio leggere di più), i destini dei protagonisti continueranno a intrecciarsi in modo indissolubile.

Un’ultima stagione da esordienti (Cristiano Cavina) – Proseguendo con quella che evidentemente è la mia estate calcistica, mi sono imbattuta in questo romanzo ambientato nella mia regione di origine, l’Emilia-Romagna. A prima vista “Un’ultima stagione da esordienti” potrebbe sembrare un libro per ragazzi, ma più ci si addentra nella lettura più si capisce che il tono nostalgico con cui vengono raccontate le avventure di una squadra di tredicenni alle prese con il torneo esordienti della bassa romagnola è indirizzato a un pubblico più maturo. Divertente, in qualche modo simile al Benni di Bar Sport, questo romanzo mi ha fatto ridere di gusto. E se è piaciuto a me che con il calcio giocato ho ben poco a che fare, non posso che consigliarlo a tutti coloro che invece sui campi di calcio hanno preso le loro brave tacchettate nelle tibie.

E tu, cosa hai letto nella prima metà di questa estate?

(Perd)Incipit

Ci sono libri capaci di suscitare qualcosa fin dalle primissime righe. Capaci di catturare l’attenzione del lettore sin dal primo paragrafo per non lasciarla andare più (e si finisce col naso fra le pagine in ogni piccolo momento strappato alla routine quotidiana). Sono i libri che hanno un incipit da esclamazione e ho deciso, da ora in avanti, di collezionarli dando il via a una piccola rubrica qui sul blog. Giusto per ricordare il mio passato in pubblicità ho deciso di lanciarmi in un imbarazzante gioco di parole e chiamarla (Perd)Incipit. Eh già; l’ho pensato, l’ho detto e l’ho scritto!

Per iniziare, si poteva non partire con uno degli autori la cui specialità è mettere nero su bianco, senza peli sulla lingua, le realtà più disparate e dure senza nascondere davvero nulla al lettore? A quanto pare la mia risposta è stata no ed è per questo che ho scelto l’incipit de “Il teatro di Sabbathdi Philip Roth.

Giura che non scoperai più le altre o fra noi è finita.
Questo l’ultimatum, il delirante, improbabile, assolutamente imprevedibile ultimatum che la signora cinquantaduenne impose tra le lacrime al suo amante sessantaquattrenne, il giorno in cui il loro legame, di stupefacente impudicizia e altrettanto stupefacente riservatezza, compiva tredici anni.
E adesso che l’afflusso di ormoni andava esaurendosi, e la prostata ingrossava, e forse non gli restavano che pochi anni di potenza relativamente affidabile, e forse ancor meno anni di vita; adesso, quando si avvicinava la fine di ogni cosa, gli veniva imposto, per non perdere lei, di stravolgere se stesso.

La macchia umana

Non è facile parlare di “La macchia umana” di Philip Roth senza fare spoiler. Sono stata due settimane a scrivere e cancellare, scrivere e cancellare, ma ho insistito perché, come sempre, Roth ne vale la pena. Nel dubbio, se vuoi leggere questo libro magari rimanda la lettura di questo articolo a un secondo momento.

Dunque, il protagonista di questo romanzo è un ex-insegnante universitario di nome Coleman Silk. Coleman Silk ha un segreto ingombrante, capace di cambiare il destino di diverse altre vite, oltre la sua. Un segreto che, con l’ironia che solo la vita a volte sa avere, finisce inaspettatamente per ritorcersi contro Coleman stesso. Eppure l’ex-professore vi rimane attaccato, certamente (ma non solo) anche per una questione di principio. Perché, sullo sfondo delle vicende umane, vi è l’America perbenista e puritana che nel 1998 era tutta presa dallo scandalo Clinton-Lewinsky, un’America che ancora oggi sa essere estremamente bacchettona mentre, al contempo, produce mostri di indicibili fattezze.

Così anche in questo romanzo, scritto superbamente, Philip Roth riprende una delle sue tematiche più care: la tragica forza, la coercizione con cui la società impone agli individui di conformarsi, influenzandone così il modo di pensare e i comportamenti. Una società che si scaglia violentemente contro alcuni permettendosi di giudicare perché pensa di sapere, quando in realtà niente è mai davvero come sembra. Con “La macchia umana” Roth estremizza quest’ultimo concetto, proprio attraverso il segreto che le dolorose decisioni prese da Coleman Silk in gioventù hanno fabbricato.

L’indipendenza dal (pre)giudizio, l’accettazione della contradditorietà, il coraggio di fare spazio alla precarietà. Tutto questo è “La macchia umana”, tutto questo è ciascuna delle nostre vite perchè

Noi lasciamo una macchia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui.