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(Perd)Incipit

Ci sono libri capaci di suscitare qualcosa fin dalle primissime righe. Capaci di catturare l’attenzione del lettore sin dal primo paragrafo per non lasciarla andare più (e si finisce col naso fra le pagine in ogni piccolo momento strappato alla routine quotidiana). Sono i libri che hanno un incipit da esclamazione e ho deciso, da ora in avanti, di collezionarli dando il via a una piccola rubrica qui sul blog. Giusto per ricordare il mio passato in pubblicità ho deciso di lanciarmi in un imbarazzante gioco di parole e chiamarla (Perd)Incipit. Eh già; l’ho pensato, l’ho detto e l’ho scritto!

Per iniziare, si poteva non partire con uno degli autori la cui specialità è mettere nero su bianco, senza peli sulla lingua, le realtà più disparate e dure senza nascondere davvero nulla al lettore? A quanto pare la mia risposta è stata no ed è per questo che ho scelto l’incipit de “Il teatro di Sabbathdi Philip Roth.

Giura che non scoperai più le altre o fra noi è finita.
Questo l’ultimatum, il delirante, improbabile, assolutamente imprevedibile ultimatum che la signora cinquantaduenne impose tra le lacrime al suo amante sessantaquattrenne, il giorno in cui il loro legame, di stupefacente impudicizia e altrettanto stupefacente riservatezza, compiva tredici anni.
E adesso che l’afflusso di ormoni andava esaurendosi, e la prostata ingrossava, e forse non gli restavano che pochi anni di potenza relativamente affidabile, e forse ancor meno anni di vita; adesso, quando si avvicinava la fine di ogni cosa, gli veniva imposto, per non perdere lei, di stravolgere se stesso.

La macchia umana

Non è facile parlare di “La macchia umana” di Philip Roth senza fare spoiler. Sono stata due settimane a scrivere e cancellare, scrivere e cancellare, ma ho insistito perché, come sempre, Roth ne vale la pena. Nel dubbio, se vuoi leggere questo libro magari rimanda la lettura di questo articolo a un secondo momento.

Dunque, il protagonista di questo romanzo è un ex-insegnante universitario di nome Coleman Silk. Coleman Silk ha un segreto ingombrante, capace di cambiare il destino di diverse altre vite, oltre la sua. Un segreto che, con l’ironia che solo la vita a volte sa avere, finisce inaspettatamente per ritorcersi contro Coleman stesso. Eppure l’ex-professore vi rimane attaccato, certamente (ma non solo) anche per una questione di principio. Perché, sullo sfondo delle vicende umane, vi è l’America perbenista e puritana che nel 1998 era tutta presa dallo scandalo Clinton-Lewinsky, un’America che ancora oggi sa essere estremamente bacchettona mentre, al contempo, produce mostri di indicibili fattezze.

Così anche in questo romanzo, scritto superbamente, Philip Roth riprende una delle sue tematiche più care: la tragica forza, la coercizione con cui la società impone agli individui di conformarsi, influenzandone così il modo di pensare e i comportamenti. Una società che si scaglia violentemente contro alcuni permettendosi di giudicare perché pensa di sapere, quando in realtà niente è mai davvero come sembra. Con “La macchia umana” Roth estremizza quest’ultimo concetto, proprio attraverso il segreto che le dolorose decisioni prese da Coleman Silk in gioventù hanno fabbricato.

L’indipendenza dal (pre)giudizio, l’accettazione della contradditorietà, il coraggio di fare spazio alla precarietà. Tutto questo è “La macchia umana”, tutto questo è ciascuna delle nostre vite perchè

Noi lasciamo una macchia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui.

Letture invernali

I due mesi appena trascorsi sono stati intensi e faticosi e non so ancora se porteranno frutti o no. Dita incrociate!
Nel frattempo, comunque, ho continuato a leggere romanzo su romanzo e voglio inaugurare marzo condividendo le mie impressioni sui quattro libri che ho letto negli ultimi tempi.

Quel che resta del giorno (Kazuo Ishiguro) – Di Ishiguro avevo letto soltanto “Non lasciarmi” e, dato il recente premio Nobel, volevo approfondire un po’ la sua conoscenza. Diciamo che ho capito il perché abbia vinto un premio tanto prestigioso. Pochi scrittori sono in grado di rendere un libro come questo, dal ritmo estremamente lento, tanto interessante da leggere, per nulla noioso.

Piccoli suicidi fra amici (Arto Paasilinna) – “Il più formidabile nemico dei finlandesi è la malinconia, l’introversione, una sconfinata apatia“. Questa la prima frase di un romanzo che in realtà strappa al lettore più di una risata e che lo fa riflettere sul potere della condivisione. Probabilmente non il romanzo perfetto, con una narrazione fatta di alti e bassi, ma che si legge più che volentieri.

Lo scrittore fantasma (Philip Roth) – Primo libro di una quadrilogia, questo breve testo di Roth mi ha convinta. Con una terza parte assai particolare, si conferma lo stile crudo e diretto di uno scrittore che sto davvero apprezzando.

 

La formula del professore (Yoko Ogawa) – Questo è un libro che, tra le altre cose, parla della bellezza della matematica. Ora, il mio rapporto con la matematica è tutt’altro che sereno, per cui mi ero avvicinata a questo romanzo con un po’ di diffidenza. Sono stata felice di ricredermi. Sì, ok, non credo lo citerò mai tra le mie letture preferite, eppure questo romanzo ha qualcosa di incantevole che si dispiega fra le pagine.

Se anche tu hai letto qualcuno di questi libri, mi farebbe piacere sapere cosa ne pensi. Dai, spara!