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Le radici del cielo, ovvero come ho contratto il mal d’Africa

Fino a un mese fa, se mi avessero chiesto quale dei sei continenti mi affascina di meno avrei certamente risposto: Africa. Ora, dopo aver letto “Le radici del cielo” di Romain Gary (autore di cui ho già parlato segnalandoti il bellissimo “La vita davanti a sé“) non mi sento più tanto indifferente al richiamo del continente nero, il che comporta revisionare anche l’intera lista dei miei Traveldreams, ma questa è un’altra storia…

Scritto nel 1956 e considerato il primo romanzo ambientalista contemporaneo, “Le radici del cielo” mette in luce, a turno, tantissimi elementi per arrivare poi a fissare l’occhio di bue su un unico concetto: l’uomo fa parte della natura e se la distrugge, distrugge anche sé stesso. Ecologia, politica, economia, religione: le varie combinazioni di questi ingredienti rendono il primo romanzo di Gary un’opera complessa e molto stratificata.
Il protagonista, un partigiano francese di nome Morel, scampato ai campi di concentramento della Seconda Guerra Mondiale, giunge in Ciad (allora Stato dell’Africa Equatoriale Francese) per portare avanti una grande campagna in difesa degli elefanti. Le sue azioni e motivazioni portano un grandissimo scompiglio in tutta la zona, attirando anche l’attenzione della stampa mondiale su ciò che, ormai settant’anni fa e non solo nella finzione di Gary, era un vero e proprio sterminio di massa. Sì, perché a metà degli anni Cinquanta gli elefanti non erano assolutamente tutelati; anzi, venivano catturati per essere venduti agli zoo europei, uccisi perché spostandosi calpestavano le piantagioni dei coloni francesi, cacciati per venderne l’avorio, per esibire trofei, per arredare casa.

Bastava tagliare le gambe degli elefanti una ventina di centimetri sotto il ginocchio e con il troncone inferiore, accuratamente lavorato, svuotato e conciato, si facevano cestini per la carta, vasi, portaombrelli e perfino secchielli per lo champagne.

Nemmeno i popoli africani erano benevoli con i pachidermi: sospesi tra le antiche tradizioni, che vedevano la caccia all’elefante come rito di passaggio per i giovani uomini, e l’idea che nel ventesimo secolo essi fossero troppo sproporzionati per continuare a vivere, gli elefanti venivano decimati senza pietà.
L’elefante: animale simbolo di un continente in contraddizione con sé stesso, simboleggia qui anche l’immensa libertà della natura che si oppone con la sua magnificenza alla civiltà, una civiltà che aveva permesso la nascita dei nazionalismi, dei lager e del capitalismo e che quindi ha fallito. Ma non tutto è perduto: Morel, aiutato da pochi altri coraggiosi, ingaggia una difficilissima battaglia perché l’Uomo si renda conto della necessità di ricominciare a proteggere quanto più di prezioso abbiamo: la nostra Terra e la nostra umanità.

L’aria si riempì dei barriti di un branco […], quel meraviglioso frastuono mi dava ogni volta la sensazione che non eravamo ancora tagliati fuori definitivamente dalle nostre sorgenti, che non ci avevano ancora completamente castrati in nome della menzogna, che non eravamo ancora del tutto sottomessi.

L’Africa è protagonista silenziosa del romanzo con i suoi spazi infiniti, la vegetazione brulla e spinosa, i branchi di animali che la attraversano e il cielo sconfinato, il cui orizzonte immobile fa da cassa di risonanza ai ruggiti selvaggi dei leoni e da sfondo ai riti delle tribù autoctone. Gary è bravissimo nel far respirare quell’atmosfera immaginifica che riporta ciascuno di noi alla notte dei tempi, in quella che è considerata la culla della civiltà.

Storia di passioni, libertà e irrimediabili solitudini, “Le radici del cielo” è un romanzo ancora molto attuale, forse (e purtroppo!) più attuale ora rispetto a quando è stato scritto, ormai sessantacinque anni fa, e che per questo ti consiglio.
Unica controindicazione: può provocare insorgere acuto di mal d’Africa.

Conoscevi già Romain Gary?
Hai letto altri libri dove l’Africa svolge un importante ruolo?
Io soltanto “La mia Africa” e, leggendolo, mi sono annoiata a morte…
tu cosa ne pensi?

Il telegiornale

Sigla.

(Se stai guardando La7, gran pippone di Mentana. Che, per carità, è bravo, ma poi
a cosa servono i titoli?)
Titoli.

logotvAnestesia delle coscienze
Cecità simulate
Negazione reiterata dell’evidenza
Paraculaggine a grappolo
Normalizzazione di comportamento scorretto
Mancanza di senso di realtà

Sigla di chiusura.
Commento spontaneo e sempre uguale a sè stesso da ormai troppi anni: “Cazzo! Ma questi devono stare proprio tutti tutti al governo?”.

PS
Le mostruose ingerenze religiose in stato laico sono state volutamente omesse dalla sottoscritta. Troppo da sopportare in un solo post, nonché eventualemente meritevoli di essere sviscerate come capitolo a sè.