Tag: realismo magico

L’altro lato del mondo

Voglio partire con una dichiarazione: non avevo mai letto niente di simile a questo libro. Ne consegue direttamente che sono stata felicissima di affondare il naso questo romanzo di Mia Couto, scrittore contemporaneo di origini mozambicane. Che poi mi sia piaciuto veramente tanto è solo la ciliegina sulla torta.

Jesusalém, titolo originale dell’opera, composto dalle parole portoghesi Jesus e além (oltre, al di là di), è la città fittizia creata da un padre delirante all’interno di un vecchio parco safari abbandonato, per sfuggire a una realtà che non può accettare. Creatore di un mondo alternativo, dove non è permesso pregare nè piangere, leggere nè scrivere, questo padre trascina con sè i due figli, il cognato e un ex militare, il braccio destro e armato del gruppo. Ma a ben vedere, vi è anche un sesto personaggio, non presente ma sempre, costantemente evocato: la madre dei ragazzi, Dordalma. È proprio intorno al mistero della madre che ruota il romanzo, è la sua morte a determinare il folle esilio del padre che cerca di convincere i familiari che al di là di Jesusalém non c’è niente, che tutto il resto del mondo è scomparso.

Intenso, a tratti spruzzato di realismo magico e punteggiato di poesia. Così è questo romanzo, in cui occorre immergersi totalmente per far affiorare e collegare fra loro i tanti temi che lo compongono: la colpa, la vergogna, l’omissione, il silenzio. Una volta trovati tutti i tasselli si forma un puzzle bellissimo, brutale e spiazzante. Da parte mia, posso solo consigliarti di iniziare a cercarli.

Il dolore perfetto

Se ne rimase immobile con questi desideri, e con il sentimento che la vita sia un insieme di attimi che mai una sola volta, neanche una sola volta riusciamo a controllare, che sfuggono, anticipano o ritardano senza preavviso e si prendono gioco di chi tenta di ingannare il dolore riempiendo il cuore di nuvole e cielo.

Nel chiudere questo libro, dopo averlo finito, credo non si possa fare a meno di pensare che ogni dolore che si compie è un dolore perfetto. Infatti, in questo romanzo, Ugo Riccarelli evidenzia la funzione evolutiva del dolore che per quanto sgradevole non è mai del tutto negativo e, anzi, consente di conoscere e conoscersi, di ripensare alla propria vita con occhi diversi e cambiare per migliorare. Il dolore come evento che mina le nostre vite, ma che contemporaneamente è spinta propulsiva per andare avanti.

“Il dolore perfetto” è una saga familiare, che si svolge in Toscana a partire dalla fine dell’Ottocento, e della saga familiare riporta molti elementi tipici: la moltitudine di personaggi, le cui storie di intrecciano e avvitano con un continuo ritornare di nomi nel susseguirsi delle varie generazioni. Mondi interiori, sentimenti e sensazioni, che interpretano il contesto circostante. Il piccolo paese in cui si svolgono le vicende che diventa finestra sul mondo per dare spazio agli eventi che hanno fatto la storia, in questo caso dall’avvento del treno ai moti anarchici di fine Ottocento, dalla prima guerra mondiale fino al boom economico del secondo dopoguerra.

Cambiano le stagioni e tutto torna e forse pensare di sfuggire a questo rotolare è cosa ingenua, debole luce che contro il tempo non vale.

Non solo! Riccarelli si accosta qui a Marquez, spolverando con un po’ di magia il concatenarsi degli eventi, le circostanze e i personaggi che le popolano, anche se non si può esattamente parlare di realismo magico (il che, almeno per me, non è un punto a suo sfavore).

Pur con uno stile a tratti troppo ricercato, fino a diventare smaccatamente artificioso, Riccarelli riesce a coinvolgere il lettore, a trasportarlo a Colle, a fargli respirare l’aria paludosa del Padule, a fargli sentire lo sferragliare dei primi treni e il rombare dei primi motori a scoppio. Più di ogni altra cosa riesce a sospendere il tempo frenetico in cui viviamo per reinstaurare un lento ritmo antico. Quest’ultimo aspetto è quello che mi ha fatto davvero apprezzare questa lettura; lentezza come grande pregio, come un ritorno a quelle radici che non abbiamo quasi più tempo di rispolverare.

Quando Teresa si arrabbiò con Dio

La libertà non è la ribellione, ma piuttosto la pratica di una fantasia senza limiti all’interno delle restrizioni imposte dal potere.

coper_dondemejorSe ti capita tra le mani “Quando Teresa si arrabbiò con Dio” di Alejandro Jodorowsky, ricorda che il titolo italiano ha ben poco a che fare con il contenuto del libro, il cui titolo originale è “Donde mejor canta un pájaro” (letteralmente, Dove un uccello canta al meglio).

La rabbia di Teresa contro Dio è soltanto il punto di partenza della narrazione che l’autore imbastisce per trasferire al lettore le vicende che portano la famiglia Jodorowsky, di origine ebrea, a intraprendere un viaggio che dalla Russia la condurrà fino al Cile. Il cognome non è un caso; l’autore si è ispirato alle vicende della propria famiglia, ma credimi, il libro non è certo una biografia.

Infatti, ogni vicessitudine prende spunto dalla realtà, ma i fatti vengono immediatamente trasfigurati da una fantasia dilagante e surreale, tipica dei nostri sogni più assurdi, dove tutto è accettabile e niente viene catalogato come impossibile. In questo, lo stile di Jodorowsky ricorda da vicino quello di altri autori sudamericani come la Allende, Amado e García Márquez, quest’ultimo maestro assoluto del mito e del realismo magico.

Ne risulta che, di fatto, la trama del libro non è poi così importante; ciò che conta è lasciarsi trasportare da una immagine onirica alla successiva senza opporre resistenza e godersi gli sprazzi di follia che Jodorowsky offre al lettore nel raccontare la sua epica, gloriosa e al tempo stesso miserabile, saga familiare. Parola di Jodorowsky stesso:

Comunque la realtà è la trasfigurazione progressiva dei sogni, non c’è altro mondo se non quello onirico.