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Le otto montagne

Le otto montagne” di Paolo Cognetti ha vinto il premio Strega nel 2017.
Tutto ciò che ho pensato nel leggere le 208 pagine che compongono il romanzo è stato: “ma perchè?”.
Come sempre, la mia è la più umile delle opinioni personali, ma ho trovato questo libro banale, privo di una voce sua propria al punto da ricordarmi, anche se indistintamente, altre storie già lette, trite e ritrite. Non fraintendermi, la prosa è chiara e ci sono sicuramente anche delle belle frasi, ma tutto mi è sembrato molto artificioso; il risultato è che questo libro non mi ha trasmesso assolutamente nulla.

La cosa che mi ha lasciato più delusa è questa: a me piace moltissimo leggere libri che non trattano di argomenti che godono già della mia predilezione. È in questo modo che scopro nuove idee, nuove sensibilità, nuovi punti di vista. Il massimo è quando un libro ti spinge ad andare oltre, ad approfondire gli argomenti di cui tratta (vedi, Leggere Lolita a Teheran). Ebbene, questo libro, in gran parte incentrato sulla montagna, sulla passione che ti porta a camminarne i sentieri e a scalarle fino ad arrivare a quote da record, non ha operato la magia. Non mi ha fatto nascere nemmeno la più piccola delle scintille nemmeno per un secondo.

E ti dirò di più, anche confrontandomi con altre persone ho scoperto che chi era già appassionato di montagna ha trovato il romanzo bellissimo, mentre chi non aveva mai coltivato questa passione non ha provato amore per la storia. Insomma, se già non ti piace la montagna, questo libro non te la fa amare e come faccio a non dire che per me questo lo rende un romanzo molto limitato?

Detto ciò, forse ti è sembrata una “recensione” molto negativa, ma a dire la verità questo romanzo alla fin fine mi ha lasciata indifferente.
Tu lo hai letto? Ti è piaciuto? Dai, parliamone! Sono in cerca di opinioni discordanti per vedere se per caso non mi è sfuggito qualcosa.

Trilogia di New York

Come poter definire i tre romanzi che compongono la “Trilogia di New York” di Paul Auster? È davvero una domanda difficile, ma quello che posso dire con assoluta certezza è che all’autore bastano due pagine per trascinare il lettore in una corrente sotterranea di inquietudine che non molla mai la presa. Aggiungi a questo senso di disagio una buona dose di “ma ci sto capendo qualcosa?” e sappi che la risposta sarà probabilmente no.

Trilogia di New York è un gioco di scatole cinesi, di piani paralleli, di trucchi da abile illusionista. Tutto è vero e tutto è menzogna, sino alla fine fiction e realtà sono inesorabilmente intrecciate, indistinguibili. Proprio per questo (e qui mi permetto una piccola divagazione) la trilogia di Auster mi ha ricordato un’altra trilogia che ho davvero amato, quella della città di K. I tre romanzi trattano le stesse tematiche e tutti i personaggi si muovono in un’atmosfera allucinata, da teatro dell’assurdo. Le storie narrate (e metanarrate!) si intersecano e rincorrono, la lettura è una spirale vertiginosa ed è per questo che a volte il lettore si sente confuso e smarrito, un po’ come quando si scende dalle montagne russe.

Paul Auster ci vuole belli svegli, curiosi, vuole rendere i suoi lettori investigatori, un po’ come i suoi personaggi. Ed esattamente come loro, vuole portarci al fallimento per svelare la verità dietro alle sue storie.
Insomma, “Trilogia di New York” è un libro complicato, che il lettore si deve veramente sudare e che, volente o nolete, ti entra sottopelle e ti costringe a lambiccarti il cervello. Una lettura difficile ma, e forse anche proprio per questo, affascinante.

Il settimo giorno

Nel mio peregrinare periodico e costante tra gli scaffali delle biblioteche trovo spesso libri dei quali non avevo mai sentito parlare e che, per un motivo o per l’altro, finiscono per ispirarmi. A quel punto il mio braccio si allunga da solo e pochi minuti dopo mi porto a casa una nuova storia tutta da scoprire, anche perché non leggo mai nè la quarta di copertina nè la prima di sovracoperta.

È esattamente quello che è accaduto con “Il settimo giorno” dello scrittore cinese Yu Hua che racconta i primi sette giorni nel regno dei morti di Yang Fei, voce narrante del romanzo.

Non occorre scorrere poi molte pagine prima di capire come il romanzo sia una metafora della vita nell’odierna Cina, nè tantomeno come mai i libri di Yu Hua vengano censurati in patria. Tra picchi di poesia surreale che richiamano i tratti principali del realismo magico e realtà crudeli, Yu Hua dipinge infatti un ritratto della Cina decisamente non positivo, come di una madre malevola e indifferente. Ma a colpire è soprattutto l’atteggiamento critico nei confronti del capitalismo sfrenato che dilaga e che non guarda in faccia nessuno.
Alternando la storia di Yang Fei a coloro che il protagonista incontra nell’aldilà, l’autore riesce a parlare e a denunciare dal suo punto di vista l’inferno che è vivere nella Cina moderna. Un Paese che insabbia e censura, che distrugge e demolisce, che corrompe e consuma fino allo sfinimento, che tratta neonati morti come rifiuti da smaltire e dove milioni di persone, povere e sfruttate, abitano negli oltre 10.000 bunker sotterranei, costruiti dal governo negli anni ’60 per proteggersi da attacchi nucleari, perché non possono permettersi di vivere altrove.

Nonostante tutto questo, “Il settimo giorno” è un libro che parla d’amore in modo semplice eppure intenso, ed è forse questo il suo maggior pregio, ciò per cui mi sento di consigliartelo assolutamente.