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Le mie letture di giugno-luglio 2019

Con la fine della stagione 2018-2019 dei gruppi di lettura mi sono dedicata alla lettura di romanzi che ho scelto per me e che, lo dico subito, mi sono tutti piaciuti. Diversissimi fra loro per tematiche e stili narrativi, ecco i libri che ho letto tra giugno e luglio 2019:

Le braci (Sandor Marai) – In medias res. Parte così questo romanzo scritto splendidamente che fa riflettere sulla natura umana e le relazioni che gli uomini costruiscono, sulla vita e la morte, sull’esistenza in generale: “Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l’intera esistenza”. Fin da subito il lettore sente salire una tensione destinata a non sciogliersi mai e a culminare nei capitoli finali che altro non sono che un lungo monologo del protagonista.

Pane, cose e cappuccino dal fornaio di Elmwood Springs (Fannie Flagg) – Arrivata a luglio ho sentito il bisogno di leggere un libro leggero prima di riprendere con letture più impegnative. Fannie Flagg soddisfa pienamente le mie aspettative. Questo romanzo non è all’altezza di “Pomodori Verdi Fritti”, ma si lascia divorare tranquillamente. Perfetto per le giornate afose.

La trama del matrimonio (Jeffrey Eugenides) – Non certo il miglior romanzo di Eugenides, eppure anche “La trama del matrimonio” avviluppa il lettore fra le sue pagine e, immediatamente, nel triangolo amoroso che si prefigura sin dai primi capitoli, ma che non è poi il focus centrale del libro. Consiglierei di leggerlo in un periodo più autunnale.

La famiglia Winshaw (Jonathan Coe) – Con questo romanzo Coe si conferma alla grande tra i miei scrittori preferiti. Non c’è che dire, bisogna essere davvero bravi per confezionare un libro ricco di contenuti socio-politici, interessante e avvincente e, soprattutto, dove nemmeno uno dei protagonisti è un personaggio positivo. Da leggere assolutamente!


E tu, cosa hai letto nella prima metà di questa estate?

Amatissima

Leggere “Amatissima” di Toni Morrison (libro vincitore del premio Pulitzer per la narrativa nel 1988, autrice vincitrice del premio Nobel per la letteratura nel 1993)mi ha richiesto tante, tantissime energie. Perché, fondamentalmente, mi sono trovata impreparata davanti a un romanzo davvero complesso che tratta diversi temi (quasi tutti difficili da comprendere per un europeo nato alla fine del secolo scorso), interconnessi fra loro con l’aiuto delle vicende della storia, e che pone al lettore un interrogativo morale mostruoso.

Dal momento che, lo dico subito, questo è un consiglio di lettura, provo a farti da “personal trainer”, ma senza fare spoiler.

Questo romanzo, che prende le mosse da un episodio realmente accaduto, ci parla dell’incapacità umana di seppellire definitivamente il passato; per quanto ci si sforzi di andare avanti, specialmente se il passato è sangue e dolore, esso non si lascia mettere da parte facilmente. E nel passato degli ex schiavi che, all’alba della Guerra di Secessione, lavoravano ancora nelle piantagioni di cotone degli stati schiavisti americani, di sofferenza ce n’era più di quanta ne possiamo immaginare.
Qui la Morrison infila il coltello e lo rigira finché la piaga non fa gemere di dolore anche il lettore, finché chi legge non riesce a cogliere quello che deve essere un vago barlume di cosa voleva dire essere uno schiavo e delle ferite, mai veramente cicatrizzate, che la schiavitù era capace di lasciare anche molto tempo dopo la sua fine.

[…] peggio ancora di quello — molto peggio — era quello di cui era morta Baby Suggs, quello che Ella conosceva, quello che Stamp Paid aveva visto e quello che aveva fatto tremare Paul D. Che un bianco qualunque potesse prendere tutto l’io di una persona per il primo motivo che gli saltava in mente. Non solo poteva sfruttare, uccidere o mutilare una persona, ma anche sporcarla. Sporcarla al punto da dimenticare chi si è e non poterci più pensare.

I frequenti cambi di prospettiva, il continuo andare e venire tra passato e presente, i flussi di coscienza e quel paio di capitoli verso la fine, tutto questo complica ulteriormente la lettura rendendo “Amatissima” un romanzo super impegnativo, ma non per questo meno consigliabile.

PS
Il romanzo è dedicato agli oltre 60 milioni di schiavi morti durante la tratta atlantica degli schiavi africani sulle navi negriere. Ricordarlo durante la lettura aiuterà a superare quello che, a mio parere, è il passaggio più difficile del libro.

Donne che parlano

Ho incrociato questo libro per caso, quando il mio occhio si è posato sullo scaffale “Ultimi Acquisti” di una delle biblioteche che frequento. Trovare libri intonsi, che profumano di nuovo, nelle biblioteche comunali è cosa rara; ed è per questo che mi sono ritrovata “Donne che parlano” di Miriam Toews tra le mani. Contrariamente a quanto faccio di solito, ho deciso di leggere la quarta di copertina e di sbirciare le alette interne ed è per questo che ho preso in prestito il libro.

Non lo avessi mai fatto! Tutto ciò che di interessante c’è in questo romanzo è descritto proprio nelle alette interne della copertina, senza che le 250 pagine in cui si dispiega il romanzo riescano ad aggiungere alcunché. Ed è un vero peccato perché la premessa è molto forte (tanto più che la vicenda di partenza è tratta da una storia vera): nell’immaginaria colonia mennonita di Molotschna moltissime donne, per anni, vengono narcotizzate con lo spray per le mucche e poi stuprate nel sonno. Mattino dopo mattino, si risvegliano doloranti, ricoperte di lividi e sanguinanti e si sentono dire che è tutto frutto della loro immaginazione, o del diavolo o di Dio che le puniva per i loro peccati. Fino a che, una delle donne decide di smettere di dormire per scoprire la verità. E la verità è che i colpevoli sono otto uomini della comunità: zii, fratelli, cugini, vicini di casa.

Nessuno spoiler, il romanzo parte da qui e prosegue per 250 estenuantissime pagine che riportano le riunioni clandestine di alcune donne che, “prendendo in mano il proprio destino”, devono decidere come reagire a quanto hanno subito.

Ho odiato questo libro (e forse un po’ anche l’autrice!) perchè con un incipit così forte mi aspettavo qualcosa di sconvolgente, che mi scuotesse e mi portasse a riflettere su più tematiche. Invece, mi sono solo annoiata… e tanto! Non c’è nulla che aiuti il lettore a capire come funzionano le colonie mennonite se non un dibattito di pagine e pagine sul fatto che le donne contano meno delle bestie, nè tantomeno un breve excursus storico su come queste colonie siano nate. Da donna mi è dispiaciuto tantissimo non essere riuscita ad empatizzare con un romanzo che tratta una simile tematica, ma lo stile scelto dall’autrice mi ha portato a essere sfinita poco oltre la metà della lettura e il punto di vista scelto per proporre la storia mi è sembrato oltremodo riduttivo.

Suppongo che a questo punto sia superfluo aggiungere che non lo consiglierei neanche sotto tortura, ma come sempre, se hai già letto questo romanzo, mi interessa tantissimo sapere cosa ne pensi, soprattutto se sei in disaccordo con me. Voglio davvero sperare che ci sia qualcosa che non ho colto in questo libro, che peraltro su Goodreads ha anche ottime recensioni.