Tag: società

Joker – Put on a happy face

Questa non è una recensione, non credo di avere gli strumenti per poterne fare una. Ma di questo film ti voglio assolutamente parlare per due ottimi motivi:
1) Joker è da sempre uno dei miei personaggi di fantasia preferiti;
2) Era da tempo che un film non mi faceva riflettere tanto quanto mi sta facendo riflettere questa pellicola.
Ed ecco perché stai leggendo queste righe. Prima di andare oltre, però, ti avverto: se non hai ancora visto il film e intendi farlo, non leggere questo post perché

Ciò detto, ecco la mia prima considerazione: se uno dovesse andare al cinema con l’idea di vedere un film sul Joker mastermind che tutti conosciamo rimarrebbe molto deluso. La storia che il regista Todd Phillips ci racconta non è tanto su Joker, ma su come Arthur Fleck finisce per diventare Joker. È un bellissimo studio sul personaggio. Dimentica tutti gli attributi che puoi associargli: folle, criminale, antagonista, nemesi, genio del male. Niente di tutto questo. Il Joker di Joaquin Phoenix (date un Oscar a questo uomo, subito!) è soprattutto umano. Niente stereotipi, questo Joker esprime uno spettro di emozioni molto stratificato, e durante la visione del film lo spettatore si ritrova a compatirlo, a fare il tifo per lui, a prenderne le distanze e a sentirsi disgustato dal personaggio.

Ma chi è Arthur  Fleck?
Arthur Fleck è un uomo mentalmente instabile, assurdamente magro e che vive con la madre, con la quale ha un rapporto difficile da definire. Crede davvero che il suo scopo sia quello di donare gioia e felicità agli altri (come la madre da sempre gli racconta), per questo lavora come clown e per questo cerca sempre di aprirsi, di avvicinarsi agli altri. Ma oltre a non avere un aspetto rassicurante ha un disturbo neurologico che lo fa scoppiare in eccessi di risate da brividi nei momenti meno opportuni. Phoenix è fantastico: riesce a ridere con la metà inferiore del viso, mentre dal naso in su il suo volto è espressione di massima sofferenza.
Consiglio: non riprodurre la risata di Joker al buio se non volete che il vostro partner vi cecchini con la ciabatta.

Ora, prendi questo personaggio e inseriscilo nel contesto di Gotham City; una metropoli impietosa, dove le differenze sono estremizzate. Ricchezza e miseria, benessere e degrado, bene e male.

Guardando il film non si riesce mai a biasimare del tutto Arthur/Joker. Lui ci prova veramente a essere una buona persona, ma le circostanze finiscono sempre per deluderlo, spezzarlo, annientarlo. Lui si rialza, Gotham City e il suo passato gli segano le gambe. Ed è qui che la questione diventa morale e si fa inquietante: Todd Phillips riesce a rendere benissimo l’idea che, se solo in una occasione qualcuno avesse teso la mano ad Arthur Fleck, Gotham City non si ritroverebbe a che fare con Joker e con il movimento “Ammazza il ricco” di cui lui finisce per diventare inconsapevolmente il simbolo. In un mix letale di trauma infantile, inesorabile decadenza e costante tormento, lo spettatore assiste alla trasformazione di Arthur in Joker; l’infernale discesa nella follia che spinge a commettere atti criminali non avviene a caso, ma è ben radicata nella realtà.

E sì, c’è della violenza in questo film, ma chiunque se ne lamenti forse non ha prestato abbastanza attenzione (oltre che ad essere ipocrita, ma questa è solo la mia opinione). Non un singolo atto di violenza compiuto da Arthur Fleck è gratuito. Se questo film vuol fare qualcosa, questa non è giustificare la violenza o incitare ad essa. Questo film ci vuole ricordare che non è solo la singola persona, ma è anche e soprattutto la società a far pendere l’ago della bilancia verso il “bene” o verso il “male”. Noi tutti non dobbiamo limitarci a condannare Joker, noi tutti dobbiamo soprattutto prevenire la trasformazione di Arthur in Joker.

E tu hai visto il film? Ti è piaciuto? Ti ha fatto riflettere?
Joaquin Phoenix ti ha convinto? Pensi anche tu che Joker sia un film da Oscar? Forza, parliamone nei commenti!

La macchia umana

Non è facile parlare di “La macchia umana” di Philip Roth senza fare spoiler. Sono stata due settimane a scrivere e cancellare, scrivere e cancellare, ma ho insistito perché, come sempre, Roth ne vale la pena. Nel dubbio, se vuoi leggere questo libro magari rimanda la lettura di questo articolo a un secondo momento.

Dunque, il protagonista di questo romanzo è un ex-insegnante universitario di nome Coleman Silk. Coleman Silk ha un segreto ingombrante, capace di cambiare il destino di diverse altre vite, oltre la sua. Un segreto che, con l’ironia che solo la vita a volte sa avere, finisce inaspettatamente per ritorcersi contro Coleman stesso. Eppure l’ex-professore vi rimane attaccato, certamente (ma non solo) anche per una questione di principio. Perché, sullo sfondo delle vicende umane, vi è l’America perbenista e puritana che nel 1998 era tutta presa dallo scandalo Clinton-Lewinsky, un’America che ancora oggi sa essere estremamente bacchettona mentre, al contempo, produce mostri di indicibili fattezze.

Così anche in questo romanzo, scritto superbamente, Philip Roth riprende una delle sue tematiche più care: la tragica forza, la coercizione con cui la società impone agli individui di conformarsi, influenzandone così il modo di pensare e i comportamenti. Una società che si scaglia violentemente contro alcuni permettendosi di giudicare perché pensa di sapere, quando in realtà niente è mai davvero come sembra. Con “La macchia umana” Roth estremizza quest’ultimo concetto, proprio attraverso il segreto che le dolorose decisioni prese da Coleman Silk in gioventù hanno fabbricato.

L’indipendenza dal (pre)giudizio, l’accettazione della contradditorietà, il coraggio di fare spazio alla precarietà. Tutto questo è “La macchia umana”, tutto questo è ciascuna delle nostre vite perchè

Noi lasciamo una macchia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui.

Piaghe social(i)

Ma che problemi hanno quelli che si taggano presso “Ospedale XXX”?

Voglio dire, con tutto il bene che posso volerti, certe cose non è meglio condividerle solo con le persone che ti stanno a cuore e che possono fare realmente qualcosa
per te?

Va bene che l’uomo è un animale sociale e va bene che i social puntano proprio su questo, ma davvero lo deve sapere anche il tuo compagno di classe delle elementari, quello che non ti stava neanche tanto simpatico? E la ragazza conosciuta più di un anno fa agli incontri formativi dell’apprendistato, mai più rivista?

mipiacemipiacemipiaceQuanto bene può farti un pollice alzato virtuale, bianco, asettico, cliccato più per abitudine che per un reale interesse?

Come dici? Ah, non hai niente? Era così, tanto per fare, per attirare un po’ l’attenzione. Ma perché?

Io ho solo domande. Qualcuno ha possibili risposte per questo comportamento, ormai piuttosto diffuso, che per me è inspiegabile?