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Va’ dove ti porta il cuore

Il titolo del romanzo più famoso di Susanna Tamaro è ormai diventato un’espressione comune, che è entrata a far parte delle nostre vite e del nostro immaginario. Mi è capitato più volte di sentirlo dire, l’ultima di recente in risposta a una richiesta di consiglio, il che francamente sulle prime mi ha lasciato un po’ perplessa visto che, almeno per quanto mi riguarda, cuore e testa riescono a darsele di santa ragione per giorni senza che emerga un chiaro vincitore.

Stando così le cose mi è venuto spontaneo chiedermi cosa diavolo voglia dire esattamente “andare dove porta il cuore”. Mi sono rifiutata di fermarmi a una visione superficiale della questione dove seguire il cuore significa semplicemente fare quello che ci pare, come ci pare e quando ci pare, senza badare alle conseguenze e magari a discapito del prossimo. Così come rifiuto di pensare a un seguire il cuore fatto di nuvolette rosa di zucchero, unicorni e arcobaleni.

Sgombrato quindi il campo e prima di etichettare il consiglio come stupido, mi sono messa a contemplare questa esortazione che, di suo, è davvero molto affascinante. Credo sia rimasta a decantare per giorni nel background del mio cervello senza che me ne accorgessi per poi tornare alla ribalta con un’interpretazione che mi ha convinta.

Andare dove porta il cuore significa avere il coraggio di scegliere per sé stessi una vita che non nega né cela ciò che realmente siamo; vuol dire conoscersi a sufficienza da sapere quali sono le proprie ambizioni e i propri limiti, le proprie convinzioni e i propri punti deboli e prendere quindi delle decisioni coerenti con il proprio essere, che non ci stiano strette, ma che nemmeno ci pongano in una situazione estremamente frustrante. Significa vivere in modo sereno, consapevoli dei propri mezzi, senza andare alla ricerca spasmodica di qualcosa che non si è. Significa non vivere una vita fatta di calcoli e tornaconti basati sulla proiezione di una rappresentazione esteriore di sé che non corrisponde al nostro sentire interiore. Significa quindi anche rispettarsi, seguendo il proprio istinto e non modellandosi costantemente sulle aspettative altrui, oltre che non mettersi costantemente in competizione con gli altri, perché la vita non è una gara e ciascuna delle nostre esistenze non può mai veramente essere paragonata ad un’altra perché mai due vite saranno identiche; non esiste un’unità di misura che possa mettere davvero a confronto due vite e stabilire quale delle due sia migliore o di maggior successo.

Insomma, alla fine credo che questo “va’ dove porta il cuore” implichi comunque in un certo qual modo anche l’utilizzo dell’intelletto. Volente o nolente non siamo creature di puro istinto, anche se è importante accogliere la nostra parte istintuale. Dunque, seguire il proprio cuore per me vuol dire ascoltarsi, eliminare il rumore di fondo che, oggi più che mai, ci insidia costantemente dall’esterno ed avere il coraggio necessario a seguire la propria strada, anche quando essa appare molto accidentata, senza incappare nella tentazione di scegliere una scorciatoia che, per quanto ci possa far sentire più “sicuri”, non potrà mai darci la soddisfazione di sapere di aver vissuto pienamente la nostra vita.

E tu, segui il tuo cuore? Cosa significa per te “andare dove ti porta il cuore”? Dimmi tutto, sono impaziente di aggiungere altre sfaccettature alla mia interpretazione!

Ode alla varia umanità

Non so se ti capita mai.
A volte, senza alcun motivo specifico, sento delle ondate di affetto, anzi, amore per la vita e per il genere umano che mi travolgono; mi sento leggera, mi viene da sorridere e per un po’ provo un senso di pace. Non succede spesso, ma quando capita è bellissimo.

L’ultima volta che ho provato questa sensazione, così impalpabile che non ho davvero parole per spiegare, è stato appena qualche settimana fa. Te la voglio raccontare, tanto per farti capire che sono le piccole cose più disparate a scatenare questo tsunami emozionale.
Stavo facendo la spesa al supermercato, tra cassette di verdura già un po’ troppo “stagionata”, a caccia di zucchine e melanzane ancora sode, quando la filodiffusione inizia a trasmettere “Billie Jean” di Michael Jackson. Mentre sto pesando i miei ortaggi mi viene spontaneo tenere il ritmo con la testa e con il piede; assolutamente impossibile rimanere ferma. Attacco l’etichetta con peso e prezzo ai sacchetti, ci faccio un nodo e mi giro per metterli nel carrello quando il mio sguardo incrocia quello di una signora fra i 60 e i 70 anni che, evidentemente, avendo visto che mi stavo godendo la canzone, ha deciso di farmi sapere che anche lei apprezzava e passandomi accanto mi ha fatto l’occhiolino iniziando a canticchiare il ritornello.

Saranno stati in tutto quanto, 30 secondi? E cosa è successo di così speciale? Assolutamente nulla. Eppure ripensare a questo piccolo incontro casuale mi ha messo di buonumore per giorni interi, l’ho trovato così speciale da raccontarlo a chiunque e persino da scriverlo qui. Razionalmente, lo capisco, non è niente, ma nel mio mondo interiore quel cenno di comunione con una completa sconosciuta deve aver toccato qualcosa. Sarà per questo che uno dei miei passaggi preferiti tra tutti i libri che ho mai letto si trova in “City” di Alessandro Baricco (che, se mi segui da un po’, sai anche che non è che io e Baricco andiamo poi così d’accordo).

Non so cosa sia, ma è stupore e meraviglia ogni volta. E credo sia anche il motivo per il quale non mi trovo mai d’accordo con chi dice “odio tutti” oppure “dobbiamo estinguerci”. No, forse dobbiamo solo restare un po’ più aperti al casuale, lasciarci prendere e sballottare dalla vita mentre accade senza avere sempre un obiettivo stringente. O forse sono solo io una scema, ma mi piace essere scema così.

Lo so, non è che sia riuscita a spiegarmi granché, ma forse hai afferrato il sentimento di cui ho parlato. Ti è mai capitato di provare qualcosa di simile?

Conoscere sè stessi è un mestiere difficile

Ciò che conosciamo di noi è solamente una parte, e forse piccolissima, di ciò che siamo a nostra insaputa.
[Novelle per un anno, Luigi Pirandello]

Ti capita mai di stupirti per qualcosa che hai detto o fatto in una determinata situazione? A me sì, capita, e anche più spesso di quello sono disposta ad ammettere, e ogni volta ci rimango male. Ma come? Perché se sono quella che penso di essere, allora ho reagito come una persona che non penso di essere io? Lo so, è contorto e confuso, ma questa è l’esatta sensazione che provo quando mi accorgo di non sapere allora esattamente chi sono.

Conoscere sè stessi è un mestiere difficile, un’attività perpetua e una faticaccia, ma sono profondamente convinta che, di tanto in tanto, valga la pena di fare un po’ di introspezione per scoprire che creature meravigliosamente complesse siamo. Tanto più complesse quanto più il tempo scorre. Perché è proprio il tempo, la vita vissuta, che ti fa cambiare modo di pensare e di vedere il mondo, il modo di reagire alle difficoltà, di accettare le gioie e le sofferenze che incontri sul tuo cammino e di accettare anche te stesso.
Ogni giorno che passa aggiunge una tessera del mosaico, una sfumatura forse anche infinitesimale alla tua persona. Una piccola evoluzione che, messa insieme con tutte le altre, delinea un processo di crescita e maturazione che a me piace osservare mentre accade. Non vorrei mai fare la fine di una di quelle persone di cui si dice “un giorno si è guardata allo specchio e non si è riconosciuta”.

Lo so che non arriverò mai a conoscermi fino in fondo. Sarebbe una pretesa assurda!
In ogni secondo il labirinto della mia persona diventa sempre più intricato e prende una svolta, piuttosto che un’altra, anche in base a ciò che la vita mi pone di fronte. Lo do già per scontato, finirò sempre con lo stupirmi del mio comportamente in certe situazioni, ma, a pensarci bene, stupirsi non è poi tanto male.
Lo stupore è ciò che ci permette di mantenere una certa innocenza ed è, in questo contesto, anche ciò che ci dà la spinta per indagare su noi stessi, ancora un pochino.

 

A te piace guardarti dentro?
Ti capita mai di scoprire improvvisamente che non sei più la persona che eri qualche anno fa?