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I’m not dead…yet!

(but kinda, sorta, yeah)

Ovvero, non sono ancora morta, ma neanche sto benissimo.
Come forse si può intuire da questo incipit, avendo anche letto il post precedente, la nostra puzzoletta è fra quei simpaticissimi bambini che non dormono né di giorno né di notte, rendendo il già gravoso impegno di prendersi cura di un neonato qualcosa di tanto faticoso che non ho termini di paragone per descriverlo. O non mi vengono… la privazione di sonno mi ha decisamente decimato le facoltà cognitive.

Dunque, due cose:

  1. Vorrei un bazooka per far fuori tutti coloro che ci avevano venduto la storia che i neonati i primi mesi dormono 16 ore al giorno;
  2. Ingenuamente, e proprio perché in teoria la bimba doveva dormire un sacco, pensavo di poter tornare a scrivere dopo i primi 3/4 mesi, ma al momento proprio non so quando potrò riappropriarmi di un po’ di tempo per me da dedicare al blog. Nei momenti di disperazione, che non faccio neanche lo sforzo di fingere che non esistano, penso sempre di chiuderlo, poi ci ripenso e, insomma, ancora è qua, ma se dovesse improvvisamente sparire almeno sai il perché.

Detto questo, torno nella mia nebbia fisica e mentale, sempre con la speranza che improvvisamente cambi qualcosa, anche se ormai ci credo meno di poco.

PS
Lo so che mi sono solo lamentata, ma, giuro, così come non posso descrivere il mio grado di affaticamento, altrettanto non riesco a fare con la meraviglia che provo nel pensare che quella bimba stava nella mia pancia, che era minuscola e adesso invece ha raddoppiato il suo peso di nascita e si è allungata di 10 cm, non si può dire la soddisfazione che provo ogni volta che la vedo scoprire un nuovo pezzetto di mondo e nuove abilità come afferrare gli oggetti, rotolare o prendersi i piedini.
La gioia ogni volta che mi guarda e ride, la tenerezza quando con la sua mini mano mi accarezza la faccia.

PPS
Siate clementi con gli errori di lessico, sintassi, consecutio e così via. Magari segnalateli nei commenti che fra un numero imprecisato di mesi provvederò a correggerli.

Il regalo dei regali

Sono troppo convinta che la vita sia bella anche quando è brutta, che nascere sia il miracolo dei miracoli, vivere: il regalo dei regali. Anche se si tratta di un regalo molto complicato, molto faticoso, a volte doloroso.

Oriana Fallaci

E noi questo miracolo lo abbiamo appena vissuto, questo regalo così impegnativo lo abbiamo appena fatto.
Ebbene sì, io e il mio compagno siamo appena diventati mamma e papà di una piccola puzzoletta che già ci ha completamente sconvolto la vita (nonché rincoglionito a livelli inimmaginabili fino a pochi giorni fa).

Ora ci prendiamo un po’ di tempo per conoscerci a vicenda, per respirarci e tenerci stretti dopo i 9 mesi di attesa più lunghi della Storia (tu sia maledetto, lockdown). Sarà un’estate diversa da tutte le altre, passate e future, un’estate che abbiamo immaginato tante volte, ma che solo ora sta cominciando a diventare realtà.

Sparisco per un po’, stavolta lo metto nero su bianco; ma allo stesso modo, metto nero su bianco il fatto che tornerò con tante nuove cose da raccontare. D’altra parte adesso a crescere e farci crescere c’è qualcuno che non può che essere tra le persone più importanti della nostra vita.

Arrivederci amici, a presto!

Va’ dove ti porta il cuore

Il titolo del romanzo più famoso di Susanna Tamaro è ormai diventato un’espressione comune, che è entrata a far parte delle nostre vite e del nostro immaginario. Mi è capitato più volte di sentirlo dire, l’ultima di recente in risposta a una richiesta di consiglio, il che francamente sulle prime mi ha lasciato un po’ perplessa visto che, almeno per quanto mi riguarda, cuore e testa riescono a darsele di santa ragione per giorni senza che emerga un chiaro vincitore.

Stando così le cose mi è venuto spontaneo chiedermi cosa diavolo voglia dire esattamente “andare dove porta il cuore”. Mi sono rifiutata di fermarmi a una visione superficiale della questione dove seguire il cuore significa semplicemente fare quello che ci pare, come ci pare e quando ci pare, senza badare alle conseguenze e magari a discapito del prossimo. Così come rifiuto di pensare a un seguire il cuore fatto di nuvolette rosa di zucchero, unicorni e arcobaleni.

Sgombrato quindi il campo e prima di etichettare il consiglio come stupido, mi sono messa a contemplare questa esortazione che, di suo, è davvero molto affascinante. Credo sia rimasta a decantare per giorni nel background del mio cervello senza che me ne accorgessi per poi tornare alla ribalta con un’interpretazione che mi ha convinta.

Andare dove porta il cuore significa avere il coraggio di scegliere per sé stessi una vita che non nega né cela ciò che realmente siamo; vuol dire conoscersi a sufficienza da sapere quali sono le proprie ambizioni e i propri limiti, le proprie convinzioni e i propri punti deboli e prendere quindi delle decisioni coerenti con il proprio essere, che non ci stiano strette, ma che nemmeno ci pongano in una situazione estremamente frustrante. Significa vivere in modo sereno, consapevoli dei propri mezzi, senza andare alla ricerca spasmodica di qualcosa che non si è. Significa non vivere una vita fatta di calcoli e tornaconti basati sulla proiezione di una rappresentazione esteriore di sé che non corrisponde al nostro sentire interiore. Significa quindi anche rispettarsi, seguendo il proprio istinto e non modellandosi costantemente sulle aspettative altrui, oltre che non mettersi costantemente in competizione con gli altri, perché la vita non è una gara e ciascuna delle nostre esistenze non può mai veramente essere paragonata ad un’altra perché mai due vite saranno identiche; non esiste un’unità di misura che possa mettere davvero a confronto due vite e stabilire quale delle due sia migliore o di maggior successo.

Insomma, alla fine credo che questo “va’ dove porta il cuore” implichi comunque in un certo qual modo anche l’utilizzo dell’intelletto. Volente o nolente non siamo creature di puro istinto, anche se è importante accogliere la nostra parte istintuale. Dunque, seguire il proprio cuore per me vuol dire ascoltarsi, eliminare il rumore di fondo che, oggi più che mai, ci insidia costantemente dall’esterno ed avere il coraggio necessario a seguire la propria strada, anche quando essa appare molto accidentata, senza incappare nella tentazione di scegliere una scorciatoia che, per quanto ci possa far sentire più “sicuri”, non potrà mai darci la soddisfazione di sapere di aver vissuto pienamente la nostra vita.

E tu, segui il tuo cuore? Cosa significa per te “andare dove ti porta il cuore”? Dimmi tutto, sono impaziente di aggiungere altre sfaccettature alla mia interpretazione!