La vita ai tempi del coronavirus: diari della quarantena

È passato quasi un mese dal primo post che ho scritto sull’argomento coronavirus.
E, a dire il vero, mai avrei pensato di trovarmi a scriverne un secondo, ma come tutti ben sappiamo le cose ci sono leggermente sfuggite di mano a livello globale e in Italia siamo in quarantena da ormai tre settimane. Ho combattuto molto con l’idea di scrivere una sottospecie di diario della quarantena: non so quante bozze di post ho eliminato per la frustrazione. Ma ora, poiché stai leggendo queste righe, sai che alla fine mi sono decisa a cliccare sul tasto “Pubblica”.

La vita ai tempi del coronavirus non è facile per nessuno. Le nostre vite sono radicalmente cambiate e, anzi, molte vite si sono interrotte prematuramente. Verrebbe da dire che siamo tutti sulla stessa barca, e invece no; diciamo che la maggior parte degli italiani rema di concerto per terminare il più in fretta possibile il periodo di cosiddetto “lockdown”, mentre esiste ancora una piccola, ma fastidiosissima (per non dire altro), minoranza che si fa bellamente i fatti suoi. Tipo gli oltre 50 positivi accertati che lo scorso weekend sono stati denunciati per non avere rispettato la quarantena. Quello che da giorni mi chiedo è: quanto bisogna essere egoisti per fare una cosa del genere? Quali argomenti sarebbe possibile usare per far capire a queste persone che tutti, nessuno escluso, in questo momento storico dobbiamo sacrificarci un po’, non solo per il nostro bene, ma anche per quelli che ci stanno accanto? Quando ci penso mi arrabbio e immediatamente mi ronzano in testa le parole di “Charlie fa surf” dei Baustelle: “Una mazza da baseball, quanto bene gli fa”. E sarei quasi per passare dalla teoria all’azione, così come credo farebbero tutte le altre persone il cui compagno di vita lavora in ospedale. Come tantissimi altri in Italia mi trovo nella posizione di chi non è direttamente in prima linea, ma che vive la situazione in modo decisamente meno sfumato di chi in famiglia non ha una persona che lavora all’interno del sistema sanitario nazionale. Attraverso i racconti e lo stress di chi giorno per giorno continua a fare il suo dovere, nonostante le protezioni abbiano sempre scarseggiato e i numeri dei contagi, benché siano finalmente in calo, siano ancora alti, si ha una percezione diversa dell’andamento dell’epidemia e si sa quanto sudore ci sia dietro al numero dei guariti e quante lacrime dietro a ciascun decesso.

Detto questo, mi permetto di tornare a un tono che sento più mio, più leggero e frivolo, anche perché, ai tempi del coronavirus, la vita non è il massimo del divertimento e sta a ciascuno di noi tirarne fuori il meglio. Per me questo significa:

  • godermi il periodo di smart working. Sono fortunata, ho la possibilità di continuare a lavorare da casa e benché, senza le tabelle orarie delle corriere che scandiscono la mia giornata, finisca per lavorare più a lungo del solito, non dover passare 90 minuti abbondanti in mezzo al traffico ogni giorno è un sogno;
  • apprezzare veramente le tecnologie che, in qualche modo, ci permettono di stare in contatto lo stesso. Certo, non è la stessa cosa che stare davvero insieme, ma è pur sempre meglio di niente;
  • dedicarmi a cose per cui normalmente non riesco a trovare il tempo, come provare nuove ricette o finire qualche progetto di art-attack iniziato a Natale;
  • spendere le mie energie non correndo dietro agli autobus, ma scegliendo su Youtube degli allenamenti che mi piacciono e fare un po’ di esercizio fisico tutti i giorni;
  • darmi appuntamento con le mie migliori amiche per pranzare “insieme” anche in mezzo alla settimana;
  • ridere.

Ridere fa sempre bene, ma in questo momento è ancora più importante del solito. Per fortuna in questo periodo i meme si sprecano: la mia collezione non è mai stata così ricca e certuni sono veramente geniali! La cosa che però è ancora meglio di un meme ben fatto, secondo me, è trovare il lato buffo delle cose in prima persona. Non è facile, ma quando ci si riesce la giornata diventa più leggera. Tanto per fare un esempio, per tutti ormai andare alla spesa è diventato un calvario. Prima di entrare ti tocca fare una fila allucinante, spalmarti una quantità indegna di disinfettante su mani e polsi e infilare quei maledetti guantini di plastica che a nulla servono se non a contenere la psicosi della rara anima che potresti scorgere da lontano nella corsia di fronte a quella in cui ti trovi. Per rendere il tutto più gioioso, la mia Coop di fiducia la settimana scorsa aveva deciso che dobbiamo essere ancora più mesti del solito e ha staccato la filodiffusione della musica. O forse l’ha fatto perché tutti dovevano sentire benissimo il messaggio, registrato da una voce greve, che ossessivamente, ogni due minuti, ripete: “Completare la spesa nel minor tempo possibile”. Alla terza ripetizione mi sembrava di stare in una situazione surreale a metà fra “Masterchef” e “Saw”. Quando ho visualizzato Cannavacciuolo con la maschera di Jigsaw tutto il fastidio si è sciolto in una risata, con grande disappunto del vecchietto che rovistava fra le arance.

Insomma, la quarantena va avanti e lo stesso fa la vita.
Sta anche a ciascuno di noi fare in modo che la prima finisca cosicché la seconda possa riprendere il largo. Ci vorrà tempo e ancora un po’ di sacrificio, ma mai come adesso vale la pena di fare uno sforzo. Uno sforzo che a momenti ci sembra insopportabilmente tedioso, ma che in fin dei conti possiamo portare avanti con la necessaria leggerezza e che, lo dico per voi, vi risparmierà la lettura di un altro post come questo.

Come stai affrontando la quarantena? Come impieghi il tuo tempo durante queste lunghe giornate a casa?
Raccontami della tua vita, ho un sacco di tempo per leggere 😉

(Perd)Incipit! #6

Ci sono libri che non hanno bisogno di molte pagine per scolpirsi nel cuore dei lettori. Fra questi, uno dei più significativi mai scritti credo sia “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman.

Entrò nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne più. Da allora è passato più di un quarto di secolo, più di novemila giorni tediosi e senza scopo, che l’assenza della speranza ha reso tutti ugualmente vuoti – giorni e anni, molti dei quali morti come le foglie secche su un albero inaridito.

Il primo capitolo della “Trilogia del ritorno” si apre con un incipit che detta subito la linea malinconica dell’intera narrazione e basta andare poco oltre per capirne il perché.
Nel 1932 due ragazzi tedeschi stringono un legame di amicizia profondissimo, ma la Storia si metterà fra loro perché il 1933 è l’anno in cui vengono introdotte le prime leggi razziali in Germania e mentre uno dei protagonisti, Konradin, è un nobile “ariano”, l’altro, Hans, è figlio di un ricco medico ebreo che sarà costretto, per salvarsi la vita, a emigrare negli Stati Uniti. Passeranno trent’anni prima che il destino bussi nuovamente alla porta di Hans, riportando Konradin nella sua vita.

Pur con un linguaggio molto semplice, Uhlman riesce a delineare perfettamente i contorni di quella che, insisterò sempre a dirlo, è una delle tragedie più inconcepibili della nostra Storia; per questo “L’amico ritrovato” è un romanzo adattissimo per essere letto anche dagli adolescenti.

La vita ai tempi del coronavirus

Questo non è un post serio. Lo dichiaro subito: se cercate informazioni sulla situazione qui non le troverete.
Questo post altro non è che un elenco poco serio di pensieri, riportati in ordine sparso, che ho fatto nelle ultime due settimane perché vivere ai tempi del cosiddetto coronavirus (tra l’altro in una delle regioni italiane maggiormente colpite) significa assistere, scoprire e sopportare una serie di cose che manco Dalì in uno dei suoi trip da surrealista. Ad esempio significa:

  • dubitare seriamente della base del sistema scolastico italiano perché, se abbiamo bisogno che la d’Urso ci insegni a lavarci le mani allora c’è palesemente qualcosa che non va negli asili nidi e nelle scuole materne;
  • accorgersi di quante insospettabili persone siano in realtà ipocondriache, più o meno ai limiti del patologico;
  • non poter uscire per andare al cinema, a teatro o a kung fu, ma poter lo stesso prendere i mezzi perché a lavoro ci si deve andare comunque. Io sono assolutamente pro a perché la vita vada avanti e il Paese non si blocchi, ma se posso, e anzi devo, uscire per andare a lavorare allora voglio poter uscire anche per svagarmi;
  • restare a bocca aperta di fronte al fatto che i supermercati sono stati svaligiati per davvero. Signori, avete visto troppi film catastrofici. Non è Resident Evil, ripeto: non è Resident Evil. E vi voglio vedere a consumare i 20 chili di farina a testa che avete comprato prima che facciano le farfalline!
  • accorgersi quindi di quanto Saramago c’abbia azzeccato sul comportamento umano quando ha scritto “Cecità“;
  • sempre per la serie “troppi film catastrofici”, vivere ai tempi del coronavirus significa anche sentire le teorie complottistiche più disparate: “È stato il governo cinese!”, “Sono state le case farmaceutiche, quelle zozze!”, “Figurati se non hanno un vaccino, ma prima di darcelo ci usano per fare degli esperimenti”, “È stata Greta Thunberg che ci vuole vedere tutti morti perché maltrattiamo il Pianeta” e così via…
  • per arrivare ai brillanti e originali che alla fine sentenziano: “Comunque è giusto così, dobbiamo estinguerci tutti e basta”. Adesso, seriamente, non vi pare di esagerare un pochino? Cioè, magari basterebbe ripristinare quel minimo di selezione naturale che ha fatto sì che finora non sia poi andato sempre tutto così storto, no?
  • ricordarsi improvvisamente del professore di massmediologia che una decina di anni fa ti spiegava la definizione di “agenda setting”. E permettetemi di dire a tutti i giornalisti (da persona che un tempo ha accarezzato l’idea di diventare giornalista): c’avete rotto (il cosa ve lo lascio immaginare)! Qualcuno se lo ricorda che il 29 marzo siamo chiamati a votare il referendum sul taglio del numero dei parlamentari? Che, come dire, è una cosa che in termini di effetti sul lungo periodo ha certamente una ricaduta maggiore di un virus influenzale, a meno che non si continui a diffondere il panico e a quel punto ci giochiamo del tutto anche l’economia…
  • vedere gente che cambia corsia al supermercato, fuggendo a gambe levate, solo perché uno sta tossicchiando, non importa se accade perché gli è andato di traverso un assaggio di mortadella;
  • andando strettamente sul personale, significa rimandare la gita prevista per metà mese al Parco Sigurtà, che si trova esattamente a metà strada tra Codogno e Vo’ Euganeo, perché un conto è essere fatalisti, un altro è essere incoscienti. E sperare che per fine aprile sia tutto finito perché in tasca ci sono già i biglietti aerei per Berlino;
  • spanciarsi dalle risate all’ennesimo meme esilarante perché, diciamolo, l’unica cosa buona che sta uscendo da tutta questa storia è la carrellata di battute e vignette che stiamo producendo. Se non siamo ipocondriaci, siamo dei goliardi.
E tu di che squadra fai parte, ipocondriaci o goliardi?
Hai sentito qualche teoria del complotto degna di essere condivisa? Vai, spara nei commenti!